martedì 9 dicembre 2014

Inchiesta editoria. Intervista a Marco Civra: “Il risultato è una conseguenza, non un obiettivo”

civra-Luca V. Calcagno – Nell'ambito dell'inchiesta sul futuro dell'editoria intervistiamo il direttore editoriale della casa editrice MarcoValerio, Marco Civra.
MarcoValerio nasce nel 2000 e si occupa in maggioranza di saggistica di taglio accademico-divulgativo nella collana “I saggi”. La sua è una produzione libraria destinata ai lettori forti. Attualmente conta circa 600 titoli a catalogo.
Oltre a “I saggi” le sue collane principali sono: “Gnosi”, testi integrali di tradizione esoterica; “I faggi”, narrativa contemporanea e di tradizione letteraria internazionale, il cui nome è  un richiamo metaforico, scelto perché il faggio ha radici profonde, cresce lentamente e resiste alle tempeste; infine, c'è la collana  a forte valore sociale, “Libero corpo 18”, dedicata agli ipovedenti e ai dislessici, che conta 110 titoli e di cui ogni ricavo serve a stampare nuovi libri con quelle caratteristiche. La sua particolarità è di essere l'unica collana in Italia rispondente ai canoni internazionali di accessibilità.
Mi corregga se sbaglio, ma un lavoro come l'editore non può che avere un certo fondo d'ideale: pragmaticamente parlando ci sono modi forse più semplici e immediati per arricchirsi. Dunque, qual è stata la spinta idealistica che l'ha spinta a fare l'editore? Perché ha deciso di avere a che fare con questo mestiere?
Mi ha sempre incuriosito, le confesso, questo atteggiamento minimalista legato al mondo della cultura in generale: “lo facciamo per passione, non per fare soldi, sia chiaro”. Mi permetta quindi una risposta irriverente. Sicuramente ci sono modi più immediati, non saprei dire se anche semplici, per arricchirsi, quali il commercio di sostanze stupefacenti, le rapine a mano armata, ma anche lo sfruttamento della prostituzione o l'edilizia abusiva. Eppure, nel mondo, ci sono miliardi di persone che scelgono di lavorare onestamente e, se possibile, di svolgere una professione sufficientemente appagante sul piano economico quanto sul piano della realizzazione personale. L'editoria, da questo punto di vista, è come il giardinaggio, l'insegnamento, la lavorazione del legno. Un mestiere onesto, che se praticato con sufficiente perizia offre soddisfazioni personali e un accettabile sostentamento, e che naturalmente, risente della crisi attuale al pari di molte altre attività.
A dire il vero, però, l'editore è animato da altre motivazioni. Già a fine Settecento, l'abate Gaetano Volpi, forse il pioniere in Italia di questo mestiere, decise di commissionare al tipografo Comino i libri che riteneva dovessero essere pubblicati. Prima di allora, infatti, i lettori, e gli autori, si rivolgevano direttamente ai tipografi per ottenere le copie dei libri di loro interesse. Per intenderci, il cosiddetto selfpublishing nacque con Gutenberg, l'editoria tre secoli dopo.
L'editore, più che un idealista, è un pericoloso megalomane convinto di dover scegliere cosa propinare ai lettori. Lo dimostra l'esito disastroso che, prima o poi, quasi tutti le grandi figure storiche di questo settore, hanno incontrato. Quasi tutti i marchi editoriali di importanza nazionale hanno provato o rischiato l'onta del fallimento, almeno una volta.
Un editore, ho scritto anni or sono, scrive un proprio libro, personalissimo, fatto di tanti capitoli quanti sono i titoli che sceglie di pubblicare. Racconta una sua storia, una sua interpretazione del mondo, attraverso la saggistica e la narrativa sulle quali appone il proprio marchio. Quando la sua interpretazione della realtà corrisponde a quella dei lettori, fa fortuna, altrimenti chiude.
Confesso, per quanto mi riguarda, che la spinta maggiore a intraprendere la strada dell'editoria è stata la mia immane pigrizia. Dopo oltre vent'anni di giornalismo militante, ero stanco di mantenere i ritmi frenetici dell'informazione quotidiana. Un libro, rispetto a un giornale, ha un grande vantaggio. Se esce con un giorno o una settimana di ritardo, non accade nulla di grave. Come spiego ai distributori, sempre assetati di novità, un libro non è una cassa di pomodori. Se non si vende subito, si conserva, non marcisce.
“Coloro che fanno una rivoluzione a metà non hanno fatto altro che scavarsi una tomba” una citazione di Saint-Just. Non le sembra che questa frase descriva la crisi dell'editoria, segno di una difficoltà più ampia, data da una società che procede a grandi lenti balzi verso una totale informatizzazione della vita, ma che oggi non è ancora completato? Qual è il rapporto della sua casa editrice con il mondo del digitale?
Le rivoluzioni a metà sono quelle dove i rivoltosi finiscono di fronte a un plotone. Quelle compiute portano comunque i capi a morte violenta. L'editoria è l'industria della stampa di libri fisici. Quando l'informatizzazione sarà totale, l'editoria sarà morta. Esattamente come finì l'onesto e sicuro mestiere dell'amanuense quando fu inventata la stampa a caratteri mobili. Verranno nuovi mestieri e nuove attività economiche.
Il nostro rapporto con il mondo digitale è ottimo e cordiale. Sappiamo produrre ebook e abbiamo anche avuto richieste dalle biblioteche di tutto il mondo per il catalogo digitale della nostra saggistica. Abbiamo verificato la redditività nulla di questo settore e siamo tornati a dedicarci con impegno alla produzione di libri.
Un repertorio giuridico ha sicuramente senso su un tablet. Anche un dizionario o un'enciclopedia. Un saggio pedagogico o un romanzo a quanto pare no. Almeno come concepiti oggi.
Il formato pdf o l'epub sono la pura trasposizione su schermo della pagina. Inadeguati. L'esperienza di lettura digitale, oggi, deve essere multimediale, interattiva, spettacolare. Per i romanzi, ad esempio, occorre pensare all'integrazione con filmati ed effetti speciali. Mi pare tuttavia che esista già un ottimo mezzo per narrare con effetti speciali. Si chiama cinema ed è stato inventato all'inizio del secolo scorso.
Produrre ebook scadenti a un costo inferiore del libro tradizionale è stato un errore strategico epocale da parte degli editori, che pure dovrebbero avere ben presente che il costo di produzione di un libro è solo marginalmente condizionato dalla materia prima, la carta. Un ebook ben fatto costa dieci volte un libro tradizionale.
Un distributore riesce a far pressioni su una casa editrice, pena l'esclusione da quella vetrina virtuale, come commenta quanto accaduto tra Amazon e Hachette?
I distributori tradizionali vivono una crisi di gran lunga superiore agli stessi editori. Pochissimi hanno saputo rinnovarsi e affrontare la sfida. Per quanti ancora pensano che commerciare libri significhi buttare pile di carta a casaccio sugli scaffali delle librerie, attendendo che qualcuno li acquisti, non c'è alcun futuro.
Il mercato oggi vive su due fronti. Il primo è il contatto diretto con il lettore. Noi abbiamo scelto di produrre libri “pesanti” per lettori forti. Pensare di combattere la crisi vendendo libri sciapi per lettori deboli è come inventarsi frigoriferi per gli esquimesi. I nostri lettori ci seguono, prenotano i titoli appena annunciati e li attendono, se non ancora stampati. Acquistano su Internet, perché sono lettori evoluti. I nostri scrittori sono, nei rispettivi campi, autorevoli. Quando incontrano il pubblico, mai per una presentazione, sempre per conferenze e serate di intrattenimento culturale, vendono adeguatamente.
Alla base c'è dell'amore per ciò che si fa e un profondo rispetto per il lettore che può contattarci per domandare, com'è successo, se un libro del nostro catalogo sia o meno alla sua portata, ricevendo risposte puntuali; fermo restando che è compito dell'autore scrivere in modo tale da essere comprensibile. Abbiamo fiducia nei testi che pubblichiamo, tant'è che abbiamo lanciato l'iniziativa “soddisfatti o rimborsati” per la narrativa: chi dovesse rimanere deluso da un nostro titolo può rimandarcelo indietro, spiegando i motivi della sua delusione e noi lo rimborseremo. Teniamo in grande considerazione i lettori: sono loro che ci danno da vivere. Come mi aveva detto una volta un amico: “alla fine il risultato è una conseguenza, non un obiettivo” e questo vale in tutti i campi.
Tornando ad Amazon, esso non è un nemico, né un alleato. È solo una piattaforma di vendita, ben organizzata logisticamente. Se sono un lettore attento, perdo due ore per recarmi in libreria, spendendo carburante e cercando disperatamente un parcheggio, e il libraio mi risponde che non è in grado di procurargli un titolo, è bene che quel libraio chiuda in fretta. La scomparsa di almeno metà delle librerie italiane sarebbe un contributo fondamentale per la diffusione della cultura.
Un libraio è qualcosa di più di un magazziniere. Mi rivolgo a lui come a uno sciamano, con un'idea che frulla per il cervello, vorrei qualcosa da leggere su un certo argomento e pretendo che sappia realizzare un incantesimo, materializzando nelle mie mani duecento pagine di formula magica di nutrimento mentale e spirituale. Non è in grado di farlo? Allora mi informo sulla Rete, ordino direttamente e in due giorni ricevo il pacco a casa. Senza perdere tempo prezioso.
Amazon vale quanto IBS. Se conosco autore e titolo, anzi, il sito della casa editrice vale ancora di più, se la casa editrice è in grado di realizzare la propria piattaforma di vendita. Scrivo il titolo su Google e tutti i bookshop online sono lì, belli pronti con le offerte.
La vicenda Amazon – Hachette è stata illuminante. Amazon ha rivendicato il proprio predominio. Amazon ha dimostrato che si può vivere anche senza Hachette, ma che con Hachette si vive meglio. Un onesto compromesso fra due giganti alla fine ha accontentato tutti.
Carta o digitale? Libri stampati oggetti da collezionisti, come oggi i vinili? Senza sfera di cristallo, ma solo con la sua esperienza, come pensa si svilupperà questa crisi dell'editoria?
Questa crisi dell'editoria è totale. Metà delle case editrici italiane è scomparsa e l'epidemia non si fermerà. Va cambiato il paradigma. Vanity press e self publishing sono una grandiosa opportunità in questo senso. Tutta l'immondizia pseudoculturale può trovare sfogo nelle aziende che stampano su commissione, creando posti di lavoro per grafici, impaginatori e tipografi. Ilself publishing è come recitare l'Amleto in un teatro deserto alle 3 di notte: in quel momento si è sul palcoscenico, ma non c'è pubblico. Inoltre, sulle grandi tirature, i libri self published sono più costosi che quelli pubblicati pagando una casa editrice.  
Le case editrici, invece, alleggerite, potranno concentrarsi sulla produzione “pesante”. Fra dieci anni conterà la qualità del marchio, la garanzia che un editore di progetto offrirà al lettore. Acquistare un libro dai contenuti certificati, nel quale il contenuto, e non la quantità di carta, conta, avrà un prezzo adeguato. Si venderà meno carta, si venderanno contenuti. A quel punto, un libro, sia esso di carta o digitale, potrà costare come un telefono o un elettrodomestico, qualche centinaio di euro, magari un migliaio a copia. Ma un vero libro sarà un investimento, una lettura per la vita.

http://www.articolotre.com/2014/12/inchiesta-editoria-intervista-a-marco-civra-il-risultato-e-una-conseguenza-non-un-obiettivo/

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