venerdì 12 dicembre 2014

I retroscena della sentenza che ha assolto il giudice Corrado Carnevale

di Monica Centofante

Insufficienza di prove, collaboratori che parlano per sentito dire e un teste inattendibile: il processo in questione è quello all'ex magistrato della Cassazione Corrado Carnevale, la formula dell'assoluzione sempre la stessa. "Una pluralità di indicazioni accusatorie - recita la motivazione della sentenza (depositata il 3 ottobre scorso) con la quale nello scorso mese di giugno la sesta sezione del Tribunale di Palermo, presieduta da Giuseppe Rizzo, a latere Ignazio Pardo e Piergiorgio Morosini, ha assolto il giudice dall'accusa di aver "agevolato e rafforzato l'associazione mafiosa" - provenienti sia da chiamate di collaboratori che da elementi di diversa natura, in relazione a distinte condotte, non possono riscontrarsi reciprocamente tra loro e non possono ritenersi idonee a dimostrare ciascuna condotta attribuita al concorrente esterno, in assenza di specifici riscontri individualizzanti, non essendo bastevole un esterno conforto di carattere e contenuto generale". Una conferma insomma a quanto già riportato nella sentenza del processo all'on. Andreotti per conto del quale, secondo i pubblici ministeri Guido Lo Forte, Gaetano Paci e Roberto Scarpinato, Carnevale avrebbe garantito gli interessi della mafia. La V sezione del Tribunale di Palermo ha stabilito, tra le altre cose, che la strategia di Cosa Nostra durata 6 anni e volta a far saltare il maxiprocesso si basava "su una vera e propria ridda incontrollata di voci, notizie, indiscrezioni, aspettative di ogni genere". Un colossale malinteso quindi, per il quale non resta che porgere le proprie scuse al giudice. Poco importa se non si è trovata una spiegazione alla telefonata intercettata il 14 maggio 1994 tra Carnevale e il pretore Tito Bajardi durante la quale il giudice dice che Andreotti aveva raccomandato di sostenere "ventre a terra" la sua candidatura a presidente della Corte d'appello. E ancora meno valgono le dichiarazioni rilasciate dai giudici Almerighi e Lo Curto circa un intervento di Andreotti sul capo di Gabinetto del ministero della Giustizia Casadei Monti per bloccare un procedimento disciplinare a carico di Carnevale. Certo è molto più attendibile la prova presentata dalla difesa: una schiacciante dichiarazione del giudice Carnevale: <<Con il sen. Andreotti non ho mai avuto nessun tipo di rapporto>>; più una dichiarazione dell'on. Andreotti: <<Riguardo al Presidente Carnevale, è inconfutabile l'inesistenza dei miei asseriti rapporti confidenziali>>. Punto. Il caso è chiuso. Eppure è strano, si sente ancora vociferare, le indagini dimostravano che i rapporti tra il senatore a vita e il giudice erano piuttosto intensi (vedi alla voce Fondazione Fiuggi, cena per festeggiare la nomina di Andreotti, cena organizzata dal notaio Albano, amico dei Salvo, alle quali Carnevale era presente), comunque va bene così, in fondo di santi in paradiso c'è sempre bisogno.
E intanto la Procura sostiene con forza che il Tribunale "ha (non correttamente)  prospettato le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia come se riguardassero un'unica fase temporale del maxiprocesso, quella del giudizio in Cassazione, con l'effetto di farle apparire contraddittorie. Invece le stesse dichiarazioni risultano pienamente convergenti e coerenti, ove correttamente rapportate alle varie fasi della complessa vicenda del maxiprocesso". Secondo quanto riferito dai pm Lo Forte e Scarpinato fino al settembre del 1991 Cosa Nostra era sicura che i cugini Salvo, Lima e i referenti "romani" avrebbero aggiustato il "maxi" ma l'operazione "non andò in porto per un imprevisto dell'ultimo momento: l'intervento del presidente della Cassazione Antonio Brancaccio, che designò il dott. Valente come presidente del Collegio (al posto di Molinari, fedelissimo di Carnevale). Andreotti stava per mantenere il suo impegno e Lima e Ignazio Salvo erano assolutamente tranquilli fino al giugno 1991, tanto da chiedere a Cosa Nostra di appoggiare la corrente andreottiana alle elezioni regionali del giugno 1991. Una richiesta che sarebbe stata suicida - una vera e propria sfida irrazionale all'organizzazione mafiosa - se non avessero avuto la certezza che le cose sarebbero andate secondo i piani+ prestabiliti.
Ma evidentemente a Riina tutto ciò non bastava: ai suoi occhi l'intervento di Brancaccio era stato ispirato da Martelli e Falcone, e Andreotti non si era fatto valere per controbilanciare questo intervento politico. Nel momento cruciale, si era tirato indietro facendo prevalere il proprio interesse personale sugli impegni assunti con Cosa Nostra. Per questo Andreotti doveva vedere la sua carriera politica compromessa da quella stessa organizzazione che dagli anni '70 lo aveva sostenuto e aveva affidato a lui la propria sorte nel momento più difficile della propria storia criminale". Come sostenuto sempre dal Pubblico ministero la data dell'omicidio Lima (12 marzo 1992) fa sicuramente riflettere: cosa ha spinto Cosa Nostra ad eliminare un uomo che fino al giugno del 1991 era da essa totalmente sostenuto? L'unico evento accaduto dopo quella data è la sentenza del maxiprocesso che aveva cambiato l'atteggiamento di Cosa Nostra nei confronti dello stesso Lima, di Ignazio Salvo e di Andreotti. Lo hanno ricordato tutti i collaboratori di giustizia i quali hanno indicato Andreotti come l'uomo che avrebbe dovuto agire in tal senso tramite Carnevale. "Hanno dichiarato - concludono i pm - che Andreotti aveva un rapporto personale con Carnevale, quando questo fatto non era in alcun modo noto". Dalle indagini è successivamente emerso che il giudice era assolutamente deciso ad annullare la sentenza del maxi e che aveva definito "traditori" i componenti del Collegio della Cassazione che avevano condannato in via definitiva gli imputati.
Tali tesi non sono state abbracciate né dalla V né dalla VI sezione del Tribunale di Palermo. Quest'ultima, tra l'altro, ha duramente bocciato le dichiarazioni del teste "a sorpresa" Antonio Manfredi La Penna circa un tentativo di corruzione da parte del giudice Carnevale per ottenere l'assoluzione degli imputati al processo per l'omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile. La sua testimonianza non sarebbe compatibile non solo con quella di altri colleghi ma anche con quella dell'ex primo presidente della Suprema corte Antonio Brancaccio.
Comunque sia la verità giudiziaria è finora quella espressa in aula dal penalista Carlo Taormina: <<Il presidente poteva essere rimasto vittima di un vero e proprio mercato, organizzato da avvocati disonesti che agivano alle sue spalle>>. Ma i pubblici ministeri Guido Lo Forte, Gaetano Paci e Roberto Scarpinato, per nulla rassegnati alla sentenza, presenteranno appello nelle prossime settimane: per Corrado Carnevale, insomma, il paradiso dovrà ancora attendere.


http://www.antimafiaduemila.com/

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