domenica 7 dicembre 2014

I "Bidoni" del calcio


DARKO PANCEV (INTER)

Il "Cobra" che non morse, ma che si lamentava con i giornalisti ("Se io sbaglio, voi dire me brocco. Se Van Basten cicca, voi scrivere Van Basten sfortunato"), ancora oggi ha il dente avvelenato ("L'Inter è stata il più grande sbaglio della mia vita. Nel '91 mi volevano Milan, Barcellona, Manchester United, Real Madrid e sono finito in una squadra difensivista"). La società nerazzurra si affidò a Pancev convinta da quanto di buono aveva fatto con la maglia della Stella Rossa di Belgrado (conquista della Coppa dei campioni compresa), ma Darko fallì miseramente, anche perché non riusciva proprio a legare con il tecnico, Osvaldo Bagnoli, oltre che a non vedere la porta. In Macedonia, però, è un monumento nazionale: l'hanno eletto calciatore del secolo.

LUTHER BLISSET (MILAN)

I tifosi del Milan, esasperati dall'incredibile numero di reti fallite, gliene hanno dette di tutti i colori nel corso della sua permanenza in rossonero andata in scena nella stagione 1983-84. Il grande maestro del giornalismo Gianni Brera lo chiamava Luther Callonissett, con chiaro riferimento a Egidio Calloni, altro attaccante del Diavolo noto per non essere propriamente spietato sottoporta. Insomma non si può proprio dire che l'inglese se la sia passata bene dalle nostre parti e il bottino si è in effetti rivelato misero: solamente cinque realizzazioni in campionato e un biglietto per il ritorno in Gran Bretagna, al Watford. "Una delle cose che ricordo con maggior affetto e che considero una delle più importanti è stata giocare assieme a Franco Baresi", ha detto di recente. Chissà se anche per Baresi è così...

JOHN ALOISI (CREMONESE)

L'alibi è che è arrivato troppo presto nel calcio italiano, aveva infatti solamente vent'anni quando, nel gennaio del 1996, la Cremonese - che allora militava nella massima serie - decise di andare a prelevarlo dai belgi dell'Anversa. L'australiano, un attaccante piuttosto legnoso, non ha trovato nessuno a dargli fiducia nella terra dei suoi avi quando ha chiuso la parentesi grigiorossa ed è così volato prima in Inghilterra (Portsmouth e Coventry) e quindi in Spagna (Osasuna e Alaves). Gioca ancora, nel Sydney FC, e nella terra dei canguri è quasi un mito: 27 gol in nazionale.
GUSTAVO BARTELT (ROMA)
Poco chiaro il modo in cui ha ottenuto la cittadinanza italiana, ma alla fine è stato assolto. Poco chiaro come la Roma, nel 1998, abbia puntato su di lui, probabilmente ingolosita dalle reti messe a segno dall'attaccante argentino con il Lanus. E qui il biondo Bartelt, che in molti pensavano potesse rivelarsi il nuovo Claudio Caniggia, va condannato: l'assenza di gol nelle 15 presenze in A impediscono che possa farla franca. Il "Facha", quindi, non ha lasciato il segno da noi e neanche in Spagna, subito dopo, si è fatto apprezzare con la casacca del Rayo Vallecano. Automatico il rientro in patria, dove anche oggi, a 34 anni suonati, corre dietro a un pallone (gli All Boys la sua ultima squadra) e, ogni tanto, ma senza esagerare, lo butta dentro

WINSTON BOGARDE (MILAN)

Il rendimento dello storico trio olandese del Milan (Gullit, Rijkaard, Van Basten) ha spesso portato la dirigenza rossonera nei Paesi Bassi alla ricerca di qualche altro asso. Con Winston Bogarde è decisamente andata male. Il terzino sinistro, approdato sotto la Madonnina nell'estate del 1997, ci ha messo davvero poco per fare capire di essere distante anni luce dai più celebri connazionali: Capello l'ha spedito in panchina dopo tre sole apparizioni e a gennaio ha dato il beneplacito al suo trasferimento al Barcellona.

DANNY DICHIO (SAMP E LECCE)

Chi pensava che avesse appeso le scarpe al chiodo per manifesta scarsità è servito: a trentaquattro anni suonati il buon Danny (all'anagrafe Daniele Salvatore) gioca ancora e si batte come un leone su ogni pallone nella Major League Soccer, con la maglia dei canadesi del Toronto. In Italia non è che abbia lasciato un segno indelebile, il nativo di Hammersmith: tra Sampdoria e Lecce, nel 1997, pochissime presenze e due sole reti in campionato, entrambe con i salentini, prima del ritorno in Inghilterra (Sunderland, WBA, Derby County, Millwall e Preston).

FRANK FARINA (BARI)

Otto presenze in campionato, nessun gol realizzato: il bottino di Frank Farina al Bari (stagione 1991-92) non ha bisogno di ulteriori commenti. Eppure, quando sbarcò in Puglia, le credenziali dell'attaccante australiano non erano propriamente nulle: con il Bruges, in Belgio, aveva segnato reti a grappoli, conquistando anche il titolo di capocannoniere. Di fronte alla palese inadeguatezza il club dei Matarrese si ingegnò per trovargli una nuova collocazione: non al "San Nicola", naturalmente, e così Farina venne imbarcato su un aereo con destinazione Inghilterra, Notts County. Appese le scarpe al chiodo, l'oggi 45enne Farina ha intrapreso la carriera di allenatore e non gli è andata poi così male: è stato anche il c.t. dell'Australia sfiorando la qualificazione ai Mondiali.

AL SAADI GHEDDAFI (PERUGIA, UDINESE E SAMPDORIA)

Terzogenito del capo di stato libico, Muammar Gheddafi, il rampollo di cotanto padre ha sempre avuto il calcio in testa. Ed è anche riuscito a giocare nella serie A italiana, pur non avendone i mezzi (tecnici, va specificato), perché in effetti di lui si può dire tranne che fosse un fuoriclasse. Il primo a fiutare l'affare, nel 2003, è stato l'allora presidente del Perugia, Luciano Gaucci, poi per l'attaccante nordafricano c'è stato posto (si fa per dire...) anche all'Udinese e alla Sampdoria. Il compianto professor Scoglio, quando era c.t. della Libia, non lo calcolava: "Non amo subire i ricatti di nessuno", diceva.

VRATISLAV GRESKO (INTER)

Il suo nome, ancora oggi, fa venire l'orticaria ai tifosi dell'Inter, legato indissolubilmente com'è al "tragico" 5 maggio 2002 e alla sconfitta in casa della Lazio che costò ai nerazzurri uno scudetto che pareva già vinto e che invece finì nella bacheca della Juventus. Congedato dal presidente Moratti, lo slovacco, uno dei tanti terzini sinistri stritolati dal ricordo di Roberto Carlos, ha cercato di rilanciarsi al Parma, ma in Italia aveva già detto tutto e ha quindi capito che era meglio andare altrove, firmando per gli inglesi del Blackburn Rovers e poi il passaggio al Bayer Leverkusen, in Germania.

CARSTEN JANCKER (UDINESE)

È senza dubbio sempre stato un giocatore non bello da vedere, con le sue leve lunghe e con la faccia non propriamente da compagnone: l'Udinese, che era ancora alla ricerca di un clone di Oliver Bierhoff, si è buttata su di lui nel 2002, prelevandolo da uno dei più importanti club d'Europa, il Bayern Monaco. Ma l'esperimento dei friulani si è rivelato quasi fallimentare, la poca tecnica individuale di Jancker l'ha messo in difficoltà con i rapidi difensori italiani e al pelatone di Grevesmuhlen non è restato che cambiare aria. E' stato anche in Cina, allo Shanghai Shenhua, prima di dire "ja" agli austriaci del Mattesburg, compagine con la quale gioca anche tuttora.

MARIO JARDEL (ANCONA)

Quando è arrivato in Italia, nel 2004, era già sovrappeso: ad Ancona, però, non parvero accorgersi e gli dettero fiducia, venendo ripagati dal brasiliano di Fortaleza con una serie di prestazioni ai limiti dell'inguardabilità. E' tutta qua la parentesi nella Penisola di un giocatore che sarebbe stato bello vedere correre sui nostri campi all'apice, quando vedeva la porta da ogni posizione e conquistava "Scarpe d'oro" a raffica grazie alle reti messe a segno con il Porto. Dopo avere ammesso di avere problemi con la droga ha cercato di rimettersi sulla strada maestra, continuando a strappare ingaggi in ogni parte del mondo (Argentina, Portogallo, Cipro, Australia). Ora "SuperMario" cerca di continuare a divertirsi, nella maniera più sana, in patria e sta giocando nel Ferroviario: quale squadra migliore per rimettersi sui binari?

KAZUYOSHI MIURA (GENOA)

È stato un autentico pioniere del calcio giapponese in Europa: il Genoa decise di ingaggiarlo anche per motivi prettamente commerciali.
Dai tifosi del Grifone viene ricordato con grande simpatia in modo particolare per avere messo a segno la rete che il 4 dicembre del 1994 ha permesso ai rossoblu di andare in vantaggio sui cugini della Sampdoria nel sentitissimo derby della Lanterna (poi vinto dai blucerchiati) ma anche per una serie incredibile di reti annullate per fuorigioco inesistente. Dopo la breve parentesi ligure è tornato in patria, ma ha nuovamente fatto una capatina nel Vecchio continente nel 1999 per militare nella Dinamo Zagabria.

ALEXI LALAS (PADOVA)

Lunghi capelli rossi, barba caprina, tecnica calcistica piuttosto rudimentale. Il difensore statunitense non era certo tipo da passare inosservato con le scarpette ai piedi, strumento di lavoro che alternava a quelli musicali, essendo il chitarrista di una rock-band. Di origine greca (Panayotis il suo nome di battesimo), riuscì a convincere la dirigenza del Padova con un campionato del mondo (quello del 1994) senza infamia e senza lode e, a onore del vero, la sua prima stagione in biancoscudato è stata decente. Meno la seconda, cui ha fatto seguito il ritorno in America. Fino allo scorso anno Lalas - senza barba e con il capello corto - è stato il presidente dei Los Angeles Galaxy.

JENS LEHMANN (MILAN)

Il prossimo 10 novembre compirà quarant'anni in campo, visto che lo Stoccarda gli ha appena prolungato il contratto fino al 2010. E di sicuro in Germania, oltre che in Inghilterra (a lungo è stato tra i pali dell'Arsenal), il portiere nativo di Essen ha dato il meglio di sè. A differenza di quanto mostrato in Italia. Il Milan, che nel 1998 lo chiamò con l'obiettivo di mandare in pensione Sebastiano Rossi, si trovò alle prese con un estremo difensore nervoso e insicuro: memorabili le pallonate (e le reti) prese da Batistuta in un match con la Fiorentina stravinto dai viola. E così, dopo pochi mesi, Lehmann fece le valigie riconsegnando la porta rossonera all'altissimo romagnolo.

GAIZKA MENDIETA (LAZIO)

Nel 2007 ha lasciato il calcio senza che in molti se ne accorgessero: ha chiuso in Inghilterra, al Middlesbrough. Prima, però, ha fatto grandi cose al Valencia, tanto è vero che il presidente della Lazio, Sergio Cragnotti, per strapparlo ai levantini versò nelle loro casse 97 miliardi (stiamo parlando del 2001). Il centrocampista basco, però, in biancoceleste ha lasciato a desiderare, non riuscendo minimamente a esprimere le qualità che l'avevano portato a diventare un faro anche della nazionale spagnola. Un solo anno nella Capitale gli è stato sufficiente per capire che il nostro calcio non faceva per lui, troppe pressioni. La parabola discendente era già ampiamente cominciata...

JAVI MORENO (MILAN)

Ultimo domicilio conosciuto Ibiza per Javi Moreno, che però è riuscito nell'impresa di non incidere neanche nell'Eivissa, la squadra isolana che milita nell'equivalente spagnolo della nostra Seconda divisione, e ha quindi annunciato di volere appendere le scarpe al chiodo qualora nessuno decida di dargli ancora fiducia. Da dicembre, quindi, l'ex attaccante del Milan, oggi 34enne, è praticamente un disoccupato. Imbarazzante la sua esperienza in rossonero (stagione 2001-02), difficoltà nello spogliatoio (si dice che Laursen con lui entrasse durissimo nelle partitelle), ma soprattutto poca dimestichezza con la porta avversaria nelle rare volte in cui veniva chiamato campo. 2 soli gol un bilancio che gli è valso il ritorno in nella Penisola Iberica.

REYNALD PEDROS (PARMA E NAPOLI)

È stato nel giro della Nazionale francese nei momenti peggiori dei "Galletti": dal 1993 al 1996, quando di vincere titoli non c'era neanche da pensarci e addirittura si restava fuori dai campionati del mondo. In Italia, dove siamo sempre attenti a quanto succede tra i cugini, è stato il Parma il primo club a puntare su di lui facendo riferimento al suo discreto curriculum (del Nantes era un elemento di spicco): in Emilia lo ricordano per il suo lento presidiare la fascia sinistra e per le parole di apprezzamento regalategli da un Carlo Ancelotti alle prime esperienze in panchina. Salutati i ducali, un nuovo tentativo a Napoli: peggio che peggio, praticamente un oggetto misterioso. Per il calciatore di origine spagnola a quel punto non è restato che tornare sui propri passi e ripartire verso la Francia. Oggi allena una formazione semidilettantistica.

JAVIER PORTILLO (FIORENTINA)

È da così tanto tempo nel mondo del calcio che si potrebbe pensare di avere a che fare con un ultra-trentenne. In realtà Javier Portillo è nato il 30 maggio del 1982, pochi giorni prima del via ai Mondiali di Spagna tanto cari all'Italia. Esploso in erba nel Real Madrid, appena ha messo il piede fuori da casa - nella fattispecie per venire a giocare, in prestito, nella Fiorentina - si è perso e ancora oggi viene annoverato tra le "eterne promesse". Da dimenticare l'esperienza in viola, datata 2004-05: un solo gol e niente ritorno alla casa madre, ma il dirottamento in Belgio, al Bruges. Ora è all'Osasuna, ma fa tutto tranne che sfracelli.

IAN RUSH (JUVENTUS)

Memori di quanto fece in bianconero John Charles, i dirigenti della Juventus pensarono di andare sul sicuro quando ingaggiarono Ian Rush, gallese come il "gigante buono". E d'altro canto le credenziali dell'attaccante del Liverpool non potevano essere sottovalutate, soprattutto alla luce di un innato senso del gol. Nulla di tutto ciò, invece. Rush - sbarcato a Torino nell'estate del 1987 - ebbe fin da subito una serie di problemi, a partire da quello, poi rivelatosi insormontabile, con la lingua italiana e in campo, abituato com'era alle marcature allegre dei britannici, si trovò a mal partito con i rudi centrali di casa nostra. Un anno gli fu sufficiente per capire che non era roba per lui, meglio tornare tra i "Reds". Dove però non è più riuscito a esprimersi come una volta.

BASTOS TUTA (VENEZIA)

È uno dei pochi giocatori nella storia del calcio a essere stato insultato dai compagni (oltre che, naturalmente, dagli avversari) per avere fatto gol: basterebbe questo biglietto da visita per capire che siamo a che fare con un elemento piuttosto singolare. Bastos Tuta, brasiliano che in Italia venne con una valigia piena di sogni, dovette scontrarsi con la triste realtà in un Venezia (la sua squadra)-Bari della stagione 1998-99. Non capiva bene l'italiano, si disse, e si disse che anche per questo motivo venne presto rispedito in patria dove ancora oggi cerca di fare il suo mestiere: realizzare reti, magari poi per essere festeggiato...

MARCOS ANDRÉ BATISTA SANTOS "VAMPETA" (INTER)

Per molti tifosi interisti il brasiliano rappresenta il flop dei flop: pagato 30 miliardi dal presidente Moratti, pare anche su suggerimento dell'amico e connazionale Ronaldo, doveva prendere la chiavi del centrocampo, in realtà collezionò due sole presenze in nerazzurro e, dopo pochi mesi, bocciato da Marco Tardelli, venne spedito in Francia al Paris Saint Germain. Lui, però, sognava ancora il Psv Eindhoven. "La mia seconda patria è l'Olanda, un Paese libero: donne, droga, birra. La gente fuma, beve e si fa gli affari propri", l'illuminato pensiero espresso di recente da Vampeta, un nomignolo che nasce dall'incrocio tra i termini "vampiro" e "diavolo" ("capeta" in portoghese).

EDWIN VAN DER SAR (JUVENTUS)

Prima di arrivare in Italia il dinoccolato portiere olandese ha vinto una Champions League (con l'Ajax), dopo ne ha conquistata un'altra (con il Manchester United, squadra nella quale gioca tuttora). Ma quanto combinato con la maglia della Juventus è ancora oggi motivo di incubi per i tifosi bianconeri. Due stagioni (1999-2000, 2000-01), zero scudetti con la "Vecchia Signora", un soprannome un po' così ("Topo Gigio"), ma soprattutto una serie di papere, alcune delle quali, pare, arrivate per un problema alla vista.

ABEL XAVIER (BARI E ROMA)

Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Però capita. Ed è successo ai dirigenti della Roma, che nel 2004 hanno pensato bene di riportarlo in Italia, non ricordando il suo meteorico passaggio di una decina di anni prima al Bari. Nato a Nampula, in Mozambico, ma di nazionalità portoghese, Abel Xavier è attualmente senza contratto dopo avere chiuso la sua esperienza con i Los Angeles Galaxy. Più che per le sue giocate (tutto sommato è un onesto difensore che ha militato in club importanti come Benfica, Psv e Liverpool), il nostro eroe tende a essere ricordato per il suo quasi improponibile look, che lo porta a sfoggiare capelli e barba biondo platino.

ALEKSANDR ZAVAROV (JUVENTUS)

Il compito che gli venne affidato in Italia era arduo a dire poco: la Juventus lo chiamò per sostituire Michel Platini, l'asso francese che a soli 32 anni aveva deciso di dire basta. Missione fallita. Non solo l'ucraino fece rimpiangere "Le roi", ma non arrivò neanche a fornire un rendimento passabile, tanto è vero che quando i bianconeri se ne sbarazzarono fu già un mezzo miracolo rifilarlo al Nancy, l'unico club che pensò di potergli fare rinverdire i fasti della Dinamo. A 50 anni ora Zavarov allena l'Arsenal. Ma non quello di Londra, naturalmente. È tornato a Kiev.

RABIU AFOLABI (NAPOLI)

Uno dei precoci talenti sbocciati in Nigeria, che però si è ben presto un po' smarrito per strada, è arrivato a giocare anche in Italia, alla corte di Zdenek Zeman. Peccato per entrambi che il contatto - datato 2000 - sia coinciso con una delle peggiori stagioni del Napoli: il tecnico cercava di dargli una collocazione tattica precisa e l'africano o non capiva quanto gli veniva spiegato o preferiva fare di testa sua, fatto sta che ben presto è finito ai margini, pagando pure per l'esonero del boemo. Ora Afolabi è in Francia, al Sochaux, e sogna la Premier League...

SOCRATES (FIORENTINA)

Persona di grandissima cultura, è medico e può essere considerato un intellettuale, ha cercato di sottoporre alle proprie cure il centrocampo della Fiorentina. Con esiti fallimentari. Troppo lento per il calcio italiano è rimasto per una sola stagione (1984-85) in viola prima di tornare nel suo Brasile e accasarsi al Flamengo. Da noi, più che per le giocate con i gigliati, è ricordato per la rete messa a segno (invano) a Zoff con la Seleçao nel mitico 3-2 per gli Azzurri ai Mondiali di Spagna.

FABIO JUNIOR (ROMA)

Nel 1998 l'attaccante brasiliano arrivò alla Roma ventunenne con ampie credenziali (c'era chi addirittura lo considerava potenzialmente più forte di Ronaldo) e con un soprannome ingombrante, "Uragano Blu", frutto della sua forza fisica e del colore della casacca del Cruzeiro. Su di lui Franco Sensi investì una trentina di miliardi di lire: il presidente giallorosso ne pagò 7 e mezzo a gol, visto che in campionato il sudamericano ne mise a segno solamente quattro.

BRUNO N'GOTTY (MILAN, VENEZIA)

Di origini camerunensi, di nazionalità francese (è nato a Lione), è arrivato al Milan a 27 anni e proprio con i rossoneri - dove è rimasto per una sola stagione (1998-99) è iniziata la parabola discendente del grintoso quanto a volte confusionario difensore. Vano il tentativo, con il Venezia, di dimostrare che il "Diavolo" si fosse sbagliato nel dargli il benservito: dal 2001 in Inghilterra, ma non si può dire che gli abbiano dato fiducia delle big, a meno che non si vogliano considerare tali Bolton, Birmingham City, Leicester ed Hereford United.

JOCELYN BLANCHARD

Non è che perché sei francese devi essere per forza Michel Platini. Jocelyn Blanchard, però, non gli somigliava minimamente. Grande delusione per i rifosi bianconeri questo calciatore arrivato nel 1998 a Torino sulla scia di quanto di buono mostrato al Metz, una provinciale che sapeva farsi valere. Poche presenze, poche cose belle dopo un avvio tutto sommato incoraggiante, per il centrocampista che venne pertanto rispedito in patria (al Lens) e che ancora oggi, a 39 anni, si guadagna la pagnotta con l'Austria Vienna.

JESPER BLOMQVIST (MILAN, PARMA)

Nel 2005, a causa di una serie di problemi a un ginocchio, ha lasciato il calcio a soli 31 anni. Nel 2007 ha fatto marcia indietro ed è tornato in campo con l'Enkopings, una squadra della sua Svezia. Poco redditizia la sua esperienza italiana, eppure il Milan aveva puntato su di lui quando - nell'estate del 1996 - andò a prelevarlo al Goteborg. Il ragazzo biondo, però, non convinse Capello (19 presenze, 1 gol in A, al Bologna, per lo scandinavo) che gli imputava un atteggiamento poco grintoso e dopo una sola stagione venne quindi girato al Parma, dove riuscì a proporre qualcosa di più interessante.

CLAUDIO BORGHI (COMO)

Il presidente del Milan, Silvio Berlusconi, si innamorò di lui visionando alcune sue partite all'Argentinos Juniors, ma il centrocampista si trovò la strada sbarrata verso il rossonero da Arrigo Sacchi, che quando il numero di stranieri passò da 2 a 3 gli preferì Frank Rijkaard, considerato l'elemento adatto per completare il trio olandese formato anche da Ruud Gullit e Marco Van Basten. Di Borghi in Italia rimane quindi soltanto il ricordo di alcune sbiadite apparizioni con il Como, club al quale venne girato. Ora fa il tecnico e non si può dire che qualche soddisfazione non se la sia tolta: nel 2006 è stato eletto "allenatore sudamericano dell'anno" grazie a quanto di buono mostrato sulla panchina dei cileni del Colo Colo.

ANDRÉ GUMPRECHT (LECCE)

Ingaggiato giovanissimo dal Lecce, che però si è ben presto reso conto del fatto che non fosse adatto per il calcio italiano (stiamo parlando del biennio 1993-95), dopo avere fatto qualcosa di decente con Wattenscheid e Bayer Leverkusen, il difensore tedesco aveva fatto perdere le tracce finendo in Australia. E' tornato d'attualità - si fa per dire - nel febbraio dello scorso anno, quando per celebrare la fine del campionato con i Central Coast Mariners ha avuto la geniale idea di presentarsi a una festa in maschera camuffato da Hitler. Successivamente ha chiesto scusa, dandosi del deficiente da solo.

LUVANOR (CATANIA)

Luvanor Donizete Borges, questo il suo nome per esteso, è stato uno dei due brasiliani (l'altro è Pedrinho) ai quali la dirigenza del Catania si affidò per centrare una comoda salvezza nella stagione 1983-84: la squadra rossazzurra, dopo poche giornate, era già praticamente in B. Il nostro, però, che era un centrocampista piuttosto dotato tecnicamente ma anche alquanto indolente, non se andò restando pure in 'cadetteria' con i siculi per altri due anni ma senza incidere: 3 gol soltanto prima di fare ritorno in Sudamerica.

CIRIACO SFORZA (INTER)

Nel film comico "Tre uomini e una gamba" c'è un duetto che la dice lunga. A Giovanni che chiede "Ma si può andare a dormire con la maglietta di Sforza?", Aldo risponde "Eh, quella di Ronaldo era finita". Ora Ciriaco ha 39 anni e fa l'allenatore, ma quando era più giovane aveva un sogno: andare a giocare in Italia, la terra dei suoi avi. A consentirgli di coronarlo pensò l'Inter, che nell'estate del 1996 prelevò il centrocampista svizzero dai tedeschi del Kaiserslautern e lo mise a disposizione di Roy Hodgson. L'inglese, tra l'altro, gli dette fiducia a più riprese, facendogli inanellare presenze (ahimè impalpabili) in campionato. A fine anno il lento e statico Ciriaco venne rimandato in Germania.

ANDY VAN DER MEYDE (INTER)

Uno dei prodotti del sempre prolifico settore giovanile dell'Ajax, società alla quale l'Inter bussò alla porta nell'estate del 2003 per accaparrarselo previo versamento di 6 milioni di euro. Dribblomane incallito, classico esterno di centrocampo in grado di gravitare sia a sinistra che a destra (che preferisce), ha retto due stagioni in nerazzurro senza lasciare rimpianti prima di legarsi all'Everton. Fino al 2004 è stato anche nazionale olandese, ma la casacca arancione rappresenta adesso per lui un miraggio nonostante non sia vecchio...

THOMAS DOLL (LAZIO, BARI)

"Non ho mai avuto contatti con la polizia segreta del mio Paese d'un tempo. Non ho colpe né rimorsi da delatore". Pure dall'accusa di essere un informatore della Stasi Thomas Doll dovette difendersi quando giocava nella Lazio. Impresa non facile, per l'attaccante originario della Germania Est che venuto in Italia per fare sfracelli trovò grandi difficoltà nel rapporto con la porta avversaria sia con i biancocelesti che, successivamente, con il Bari: 13 gol in oltre cento presenze di campionato rappresentano un misero bottino.

MICHAEL VAN DE KORPUT (TORINO)

L'olandese è stato il primo straniero del Torino dopo la riapertura delle frontiere, nella stagione 1980-81, e si è subito prestato a ironie in serie per un cognome considerato alquanto "lassativo". Libero proveniente dal Feyenoord, indicato da molti (a torto) come erede designato del connazionale Ruud Krol, ha fin da subito faticato in un campionato più competitivo di quello da cui proveniva e, tolto dal centro della difesa, è stato riciclato in fascia, dove serviva meno carisma. E' comunque rimasto in granata per tre stagioni prima di fare ritorno a Rotterdam.

CHRISTIAN ZIEGE (MILAN)

Esterno sinistro che poteva gravitare sia in difesa che in centrocampo (sempre più sporadiche con l'avanzare degli anni le sue incursioni nell'area avversaria) è arrivato in Italia, al Milan, nel 1997, un anno dopo avere conquistato il titolo di campione d'Europa con la nazionale tedesca. Il suo pianto, dopo essere stato espulso da Collina per uno spogliarello in segno di esultanza dopo aver siglato il pareggio rossonero ad Empoli, è quanto è rimasto, insieme a poco altro, della sua esperienza con il "Diavolo". Ora, appese le scarpe al chiodo, è dirigente del Borussia Moenchengladbach.

DIGAO (RIMINI, MILAN)

Lungagnone (è alto 194 cm) che gioca in difesa ha il grandissimo e inestimabile merito di essere il fratello minore di Kakà: in pratica sta al congiunto come Hugo Maradona stava a Diego. Classe 1985, è cresciuto nel San Paolo ed è stato tesserato dalla Sampdoria perché il Milan aveva fatto il pieno di extracomunitari: ha esordito in serie B con il Rimini prima di passare nei rossoneri. Qualche apparizione in prima squadra per lui e poi in prestito all'estero...

IBRAHIM BA (PERUGIA, MILAN)

Addirittura quattro le fasi di Ibrahim Ba con il Milan, l'ultima, infruttuosa, è datata giugno 2007: il calciatore franco-senegalese le ha inframmezzate con esperienze che lo hanno portato in giro per l'Europa oltre a vestire i colori del Perugia (indimenticabile una testata a Macellari). In rossonero era partito forte, creando grandi aspettative per le sue capacità di spingere sulla corsia destra, ma poi si è perso, anche se nel 1999, anno dello scudetto, ha collezionato una quindicina di presenze. Noto come "Ibou", inconfondibile ai bei tempi per la capigliatura biondo-platino, ora fa l'osservatore per conto del club meneghino.

FREDDY RINCON (PARMA, NAPOLI)

Ad acquistarlo fu il Parma, spinto a portare a termine l'operazione da alcuni osservatori che stravedevano per il possente attaccante colombiano. Che però si rese conto subito di non potere trovare spazio in Emilia e accettò di buon grado il prestito al Napoli. La tifoseria azzurra, che si attendeva non poco da lui, dovette ben presto rassegnarsi. Boskov, addirittura, decise di arretrare il suo raggio d'azione per impedirgli di andare a pestarsi i piedi con il "condor" Massimo Agostini. Rimandato alla base, lasciò l'Italia con destinazione Real Madrid ma non ha più fatto nulla di particolarmente eclatante.

HRISTO STOICHKOV (PARMA)

Uno dei tanti sfizi che si è tolto il padrone del Parma, Calisto Tanzi, uno dei tanti calciatori che in Italia hanno mostrato davvero poco perché dotati di una velocità di crociera assolutamente insufficiente. Con la casacca dei ducali, messo in difficoltà dalla presenza di Gianfranco Zola, uno che in quanto a tecnica non gli era di certo inferiore, il bulgaro ha collezionato una trentina di presenze venendo rimandato al Barcellona al termine della stagione 1995-96. Ha appeso le scarpe al chiodo nel 2003 e da allora, con alterne fortune, ha intrapreso la carriera di allenatore, smussando, ma non di molto, gli spigoli di un carattere non facile.

RUI AGUAS (REGGIANA)

Bomber di razza portoghese (anche il padre lo era), quando giunse in Italia aveva già una certa età. E la dimostrò in pieno, non riuscendo a segnare neanche una rete con la maglia della Reggiana, la società che gli aveva dato fiducia per cercare di rimanere nella massima serie. Un vero smacco per un calciatore abituato ad andare in doppia cifra e che nel nostro campionato aveva cercato di chiudere in bellezza una carriera non priva di soddisfazioni: la sua lentezza, che a volte sfociava in autentica macchinosità, gli impedì però di centrare l'obiettivo. Nonostante il suo flop, però, poté festeggiare: proprio all'ultima giornata i granata si assicurarono la permanenza in A. Danni ingenti, insomma, Rui Aguas non li aveva poi fatti...

STEFAN EFFENBERG (FIORENTINA)

Vittorio Cecchi Gori lo prese e gli diede così tanta fiducia da decidere che divenisse il capitano della Fiorentina. Il centrocampista tedesco, però, non brillò in viola, anche per colpa di una carattere che si potrebbe definire piuttosto particolare: non riuscì, tra l'altro, a salvare la squadra dall'inopinata retrocessione in serie B. Il Bayern Monaco era stato costretto a cederlo alla Fiorentina a furor di popolo: aveva litigato con l'allenatore, con i compagni di squadra, con i tifosi e con i giornalisti. Dalla Toscana, invece, andò dopo avere contribuito al ritorno in A. Ma senza più la fascia di capitano: gliela aveva tolta Claudio Ranieri.

MAGNUS HEDMAN (ANCONA)

Nel 2004 ha fatto qualche apparizione nell'Ancona, società che - tanto per farsi capire - in quella tribolata annata (fatalmente conclusasi con la retrocessione in B) ha dato ospitalità anche a Mario Jardel. Il migliore ricordo che ha lasciato di sé in Italia il portiere svedese è la moglie, una bellissima modella che risponde al nome di Magdalena Graaf. Dal punto di vista agonistico, invece, poco da dire: il ragazzo era ormai ampiamente nella fase discendente di una carriera che - a onore del vero - l'ha anche portato a partecipare a due Mondiali e a due Europei con la casacca degli scandinavi.

GLENN HYSEN (FIORENTINA)

La sua esperienza con la Fiorentina (1987/88, 1988/89) fu per lui la seconda lontano dalla Svezia dopo quella vissuta in Olanda, con il Psv Eindhoven, club che l'aveva ingaggiato anche perché era stato eletto calciatore dell'anno del Paese scandinavo dopo la conquista della Coppa Uefa (1983) del Goteborg. Molto elegante, ma anche troppo lento (si ricorda un litigio con Altobelli che gli consigliava di inseguirlo in motorino) fece ben presto il suo tempo in viola, trasferendosi in Inghilterra al Liverpool. Recentemente si è impegnato in un reality show svedese legato al calcio: è una sorta di Ciccio Graziani ai tempi del Cervia...

JUAN PABLO SORIN (JUVENTUS, LAZIO)

È arrivato in Italia davvero troppo presto, aveva soltanto diciannove anni quando la Juventus lo prelevò dall'Argentinos Juniors per ben presto constatare che il ragazzo non era ancora maturo. Tornato in Sudamerica ha giocato prima nel River Plate e poi nel Cruzeiro prima di riprovarci da noi, questa volta alla Lazio: anche con i biancocelesti è andata male, nonostante caratteristiche tutto sommato adatte al nostro campionato, a partire dal dinamismo. Uomo di fiducia dell'ex c.t. della nazionale argentina Pekerman (con lui ha vinto il Mondiale Under 20), dopo le esperienze in Europa (Spagna, Francia e Germania) è tornato al Cruzeiro.

IVAN TOMIC (ROMA)

Nell'estate - stiamo parlando del 1998 - in cui la Lazio pescava nel mercato serbo, e più precisamente in quello di Belgrado, un talento del calibro di Dejan Stankovic (Stella Rossa), la Roma cercava di fare lo stesso con il suo connazionale Ivan Tomic (Partizan): missione fallita. Entrambi centrocampisti, si rivelarono però molto diversi. Pagato 18 miliardi di lire e forte di 5 anni di contratto, il giallorosso non riuscì a fare nulla di quello che sarebbe servito: troppo lento per il calcio italiano, venne presto preso di mira dalla tifoseria che proprio di geometrie non riusciva a scorgerne. Tenne duro, tornò dopo il prestito in Spagna (Deportivo Alaves), ma non convinse mai.

ROBERTO LUIS TROTTA (ROMA)

"Forse molti non ne sentivano la mancanza, ma fa sempre bene sapere che un giocatore ha superato i suoi problemi e può tornare in campo. Ma anche per il difensore argentino, spernacchiato da critica e pubblico sin dalle prime uscite, arriverà presto il suo momento". E' il fiducioso commento di un giornalista al rientro di Roberto Luis Trotta tra i convocati dopo un'assenza di oltre due mesi. Il suo momento però non è arrivato: nel gennaio del 1997 il difensore argentino portato con sé alla Roma da Carlos Bianchi ha fatto ritorno in patria, precedendo di qualche mese il suo maestro.

MARCIANO VINK (GENOA)

Adesso è decisamente sovrappeso ed è passato dal tappeto verde al tavolo verde: Marciano Vink è diventato un giocatore di poker professionista e non sembra il caso di mettersi a litigare con lui. C'è da augurarsi che le sue puntate siano più fortunate di quella che fece il Genoa portandoselo in casa, nella stagione 1993-94, quando aveva 23 anni. Centrocampista dinamico, ma un po' confusionario e dalla tecnica rudimentale, è rimasto comunque nei cuori della tifoseria del "Grifone" per una rete messa a segno in un derby con la Samp. Il gol però non lo salvò: venne rispedito in Olanda senza troppi rimpianti.

http://www.msn.com/it-it/sport/serie-a/i-bidoni-del-calcio/ss-AANaZT#image=50

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