mercoledì 3 dicembre 2014

“Cupolone nero”. La Roma criminale dei fascio-mafiosi

quattro-roma-spartizione-206212-Gea Ceccarelli- Lo chiamano "Er Cecato". Ma non è una presa in giro, una beffa: lo chiamano così per via della ferita all'occhio sinistro, provocata dall'esplosione di un proiettile a distanza ravvicinata. Era il 1981, fu un carabiniere a premere il grilletto. Nonostante tutto, sopravvisse, pur perdendo un occhio. E la sua fama crebbe a dismisura.
Si parla, ovviamente, di Massimo Carminati, arrestato nella giornata di martedì dai carabinieri del Ros nell'ambito di un'inchiesta ribattezzata Terra di Mezzo, che cerca di far luce sul sistema criminale che vige nella capitale. Un sistema che, all'apice, fa risaltare proprio lui, l'ex terrorista nero legato alla Banda della Magliana, alle mafie e, addirittura, ai servizi segreti deviata, alla politica e all'imprenditoria. A qualsiasi organismo di potere.
Il suo curriculum criminale suscita rispetto, in certi ambienti: trasferitosi da giovanissimo a Roma da Milano, incontrò tra i banchi di scuola personaggi che hanno fatto tristemente la storia del nostro Paese: Alessandro Alibrandi, Franco Anselmi, Valerio Fioravanti. Con loro, iniziò l'avventura tra i Nuclei Armati Rivoluzionari, il gruppo di eversione neofascista più conosciuto degli anni di Piombo.
Troppo semplicistico puntar il dito contro il contesto ambientale, ma ci fu anche questo: i ragazzi si incontravano spesso in un locale romano dell'Eur, il Fungo, da sempre considerato un ritrovo di neofascisti e criminali di varia specie. Tra coloro che lo frequentavano, anche appartenenti alla Banda della Magliana, con cui, in effetti, Carminati si legò, in nome di "favori comuni".
Tanto più che, il 27 novembre del '79, Carminati partecipò assieme a Fioravanti e altri terroristi ad una rapina, ai danni della filiale della Chase Manhattan Bank. Parte del bottino venne affidata al boss della Banda della Magliana Franco Giuseppucci,affinché la riciclasse.  "Giuseppucci", spiegò in merito Maurizio Abbatino, altro capo banda, "era un accanito scommettitore e, per tale sua passione, frequentatore di ippodromi, sale corse e bische, ambienti nei quali non disdegnava di prestare soldi "a strozzo", dietro interessi aggirantisi attorno al 20-25 per cento mensili". "Il denaro che riceveva dal Carminati, consentiva ai due di ripartire tra loro il provento degli interessi: al Carminati veniva corrisposta una "stecca" del 10-15 per cento", proseguì in un interrogatorio. "Dal momento che il denaro riciclato in tal modo veniva conteggiato sulla base di lire 10 milioni per volta, il Carminati, per ogni dieci milioni di lire veniva a percepire mensilmente dal Giuseppucci, da un milione ad un milione e mezzo di lire, fermo restando che Franco Giuseppucci garantiva la restituzione del capitale". "Sempre Franco Giuseppucci", inoltre, "aveva messo il Carminati in contatto con Santino Duci, titolare di una gioielleria in via dei Colli Portuensi, il quale ricettava i preziosi provento di rapine ad altre gioiellerie ed orefici, liquidando al Carminati il contante che questi, col metodo sopra specificato, riciclava e reinvestiva mediante lo stesso Giuseppucci."
Giuseppucci, precedentemente, aveva anche provveduto a consegnare a un esponente dei Nar, Paolo Aleandri, un borsone di armi per compiere iniziative eversive. Al momento della resa degli armamenti, questi risultarono però dispersi: a quel punto, la Banda della Magliana sequestrò il giovane, finché Carminati non si adoperò per rintracciare altre armi, da consegnare ai criminali in sostituzione delle originali: si trattava di due mitra Mab modificati e due bombe a mano. Furono nascosti nei sotterranei del Ministero della Sanità, a cui Carminati aveva libero accesso:  "La decisione di consentire l'accesso con maggiore libertà al Carminati, venne presa da me, nell'ottica di uno scambio di favori tra la banda e il suo gruppo", spiegò ancora Abbatino. "Le armi custodite nel deposito della Sanità appartenevano a tutte le componenti della banda, rispondeva pertanto unicamente a esigenze di sicurezza limitare alle persone che ho indicato il libero accesso al Ministero, anche per non creare dei problemi ulteriori all'Alesse".
Il 2 agosto del 1980, poi, l'Italia si fermò per la strage di Bologna. A esser condannato in via definitiva, pur essendosi sempre dichiarato innocente, fu Valerio Fioravanti, assieme alla sua compagna Francesca Mambro. I due sono considerati i fautori dell'esplosione che strappò la vita a 85 persone. Una strage, questa, che presenta tutt'ora numerosi punti oscuri e che fu soggetta a tentativi di depistaggio. Nel gennaio dell'81, per esempio, su un treno diretto a Milano, venne rinvenuta una valigetta contenente un fucile da caccia, due biglietti aerei a nome di due terroristi neofascisti e del materiale esplosivo identico a quello utilizzato nella strage bolognese e un mitra. Un Mab modificato, proveniente proprio dal deposito della banda all'interno del Ministero.
Proprio nell'ambito di tale vicenda, nel 2000, in primo grado, Carminati fu condannato a 9 anni di carcere assieme a Licio Gelli, il generale del Sismi Pietro Musumeci, al colonnello Federigo Mannucci Benincasa e il carabiniere Giuseppe Belmonte. In appello fu però assolto.
Non per questo i suoi guai giudiziari poterono dirsi conclusi: alcuni pentiti sostennero che Er Cecato avesse, per conto della Banda della Magliana, ucciso il giornalista piduista Mino Pecorelli, freddato con tre colpi di pistola la sera del 20 marzo '79, a Roma. Un delitto su cui pesa non solo la massoneria e i servizi segreti (Pecorelli ne era particolarmente vicino), ma pure l'ombra di Cosa Nostra su ordine di Giulio Andreotti. Secondo il pentito della Magliana Mancini, il delitto fu però compiuto dai Nar: "fu Massimo Carminati a sparare. Il delitto era servito alla Banda per favorire la crescita del gruppo, favorendo entrature negli ambienti giudiziari, finanziari romani, ossia negli ambienti che detenevano il potere."
Anche in questo caso, comunque, Er Cecato ne uscì pulito e pressoché indenne.
Per anni, poi, cadde il silenzio su di lui. Soltanto qualche accenno: giusto quando si scatenò lo scandalo del calcio scommesse, nel 2012. Ai tempi, gli investigatori videro rispuntare il suo nome nel corso delle indagini sul centrocampista del Genoa Giuseppe Sculli, nipote del boss 'ndranghetista Giuseppe Morabito. Poi, attraverso le inchieste del giornalista de L'Espresso Lirio Abbate, che lo battezzava Re di Roma. Era sempre il 2012.
Abbate, nella sua inchiesta, rivelava come Carminati fosse uno dei quattro padroni della capitale, guidando gli affari illeciti che qui si vedevano compiuti. Innanzitutto, il traffico di droga, regolamentandone lo spaccio e ottenendo una percentuale dalla vendita. E poi infiltrandosi nel tessuto economico, accettando di aiutare tutti quegli imprenditori che chiedessero l'aiuto della "cupola nera". Assieme a lui, ricordava gli altri tre personaggi "cardine".
Michele Senese, per esempio, si occupava -prima di essere condannato per omicidio- della zona Sud-Est di Roma, dove trovano posto sedi di multinazionali. Lo chiamano "O' Pazzo": non si era mai riuscito a trattenerlo in carcere a causa della sua "incompatibilità con la prigione", dichiarata da perizie psichiatriche. Soprattutto, è considerato uno dei sicari che insanguinarono la Campania nelle guerre di camorra, quando si fronteggiarono in una lunga scia di sangue i cutoliani e la Nuova Famiglia. Vi sono poi i Casamonica. Sinti, ricchi, comandano la zona del Tuscolano e l'Anagnina: si occupano per lo più di usura e traffico di droga. Infine, il quarto punto di potere sono i fratelli Carmine e Giuseppe Fasciani. Avevano contatti con le mafie, con i Nar e con la Banda della Magliana, ma anche con faccendieri poco trasparenti, come Gennaro Mokbel. Lo stesso che, al telefono con loro, sosteneva di aver pagato per far assolvere Mambro e Fioravanti per la strage di Bologna e che è stato condannato in primo grado come responsabile della truffa Fastweb, nonché l'uomo che aiutò Marcello Dell'Utri a fuggire in Libano all'indomani della condanna per mafia.
Il suo nome torna incessantemente in ogni inchiesta che riguardi l'alta criminalità della capitale. Nel luglio scorso, poi, è stato ammazzato il suo “cassiere”, Silvio Fanella.Stava scontando ai domiciliari la condanna a nove anni proprio per l’affaire Fastweb-Telecom Sparkle, quando è stato raggiunto da tre persone, vestite da militari della Guardia di Finanza. Il piano era rapirlo e farsi dire dove nascondesse il tesoro di Mokbel: 60 milioni di euro in diamanti e contanti. Qualcosa, però, andò storto: Fanella venne ammazzato e uno degli aggressori arrestato, l'ex dirigente di Casa Pound Giovanni Battista Ceniti.
Non era comunque la prima volta che Fanella finiva nel mirino, per il tesoro custodito. Già due anni prima, infatti, s'era provato a rapirlo. La Procura, investigando al riguardo, è giunta all'arresto di tre persone, tra cui il 40enne Roberto Macori, fidatissimo di Mokbel che decise, nel 2011, di passare sotto l'ala protettiva di Senese. Sempre e comunque, con il placet di Carminati.
Perché funziona proprio così: Carminati, detto addio agli anni di Piompo, ha preferito costruirsi un impero dove tutti obbediscono a lui, ma lui non si sporca mai le mani. Anzi. “Si prende cura costantemente del figlio ventenne e convive stabilmente con la compagna, Alessia Marini, con la quale gestisce il negozio di abbigliamento “Blue Marlin””, spiegavano i suoi avvocati, riportati da L'Espresso, nell'inchiesta di Abbate. Il quale ricostruiva chiaramente la “pista nera”.
Il negozio Blue Marin, infatti, fa capo alla “Amc Industry srl” di Alessia Marini. La stessa azienda, nel 2011, ha preso in affitto una villa a Sacrofano, proprio dove viveva Carminati. Quest'abitazione era di proprietà del commercialista Marco Iannilli, nome noto alle cronache: è stato infatti arrestato e condannato per la truffa Fastweb e ha avuto ruolo da protagonista “nelle istruttorie su Enav, l’azienda pubblica che gestisce il traffico aereo, su Digint e su Arc Trade: tutti procedimenti che ruotano intorno a Finmeccanica, il gigante statale degli armamenti hi-tech”. Non solo. Ricorda sempre il giornalista, Iannilli “è nei guai anche per la vicenda della mazzetta pagata da Breda Menarini, sempre del gruppo Finmeccanica, per aggiudicarsi la fornitura di autobus da Roma Metropolitane, in cui” furono “indagati anche l’ex sindaco Gianni Alemanno e Riccardo Mancini”, ex ad dell'Ente Eur.
Anche quest'ultimo è stato arrestato quest'oggi. Conosce Carminati e vi ha avuto rapporti. E' stato proprio in alcune intercettazioni tra i due che è uscito il nome dell'ex sindaco, ora finito nella bufera e indagato per associazione di stampo mafioso.Secondo gli inquirenti il manifesto programmatico del cupolone nero era semplice, riassunto perfettamente in un'unica intercettazione: “Perché tanto, nella strada…comandiamo sempre noi”.

http://www.articolotre.com/2014/12/cupolone-nero-la-roma-criminale-dei-fascio-mafiosi/

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