martedì 2 dicembre 2014

ALLA RICERCA DELLA MAMMA PERDUTA - ADDIO ALL’ANONIMATO PER LE MADRI BIOLOGICHE: ALLA CAMERA LA LEGGE CHE RICONOSCE AI FIGLI PARTORITI IN SEGRETO IL DIRITTO DI CONOSCERE L’IDENTITÀ DI CHI LI HA GENERATI - POLEMICHE PER LE DONNE MUSULMANE (CHE RISCHIANO LA CONDANNA A MORTE)

Il testo bipartisan riconosce il diritto del figlio a sapere anche quando la madre vuol rimanere anonima - Ma c’è chi ha manifestato preoccupazione per la proposta: Se passa un simile principio in quante per paura decideranno di non rivolgersi all’ospedale, scegliendo l’aborto preventivo o, peggio ancora, il cassonetto?”….

Ferruccio Sansa e Lorenzo Tosa per “il Fatto Quotidiano

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Anna ha 48 anni e non ha mai conosciuto la propria madre biologica. Aveva solo tre mesi quando i suoi genitori adottivi l’hanno incontrata per la prima volta, in una culla dell’Ipim di Torino. Da allora quella è stata la sua famiglia. “L’unica che conosco, quella vera”. Poi arriva l’adolescenza e qualcosa nella testa di Anna (il nome è di fantasia) si rompe.

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“Volevo sapere chi mi ha messo al mondo e perché ha scelto di non tenermi con sé”. Per lei comincia un viaggio doloroso e necessario sulle tracce del suo passato. Torna dove tutto è cominciato, all’Istituto per l’infanzia: il luogo dove nascono i bambini di nessuno.

Ascolta le storie di ostetriche, neonatologi, assistenti sociali. E, a poco a poco, la rabbia nei confronti della madre si tramuta in riconoscenza. Per il coraggio di non abortire. Per la scelta di partorire in ospedale, in piena sicurezza. Per la consapevolezza di non poterla crescere e la decisione – difficilissima – di sparire per sempre. “Se sono nata – dice Anna – è perché esiste una legge che garantisce il diritto alla segretezza del parto”.

   In base a questa norma, lo Stato garantisce le cure di un parto ospedaliero anche a una donna che scelga di non riconoscere il bambino e le consente di rimanere anonima per 100 anni. La madre biologica di Anna è solo una delle 90.000 donne che, dal 1950 ad oggi, si sono avvalse di questo diritto. O, almeno, è stato così sino al dicembre 2013, quando una sentenza della Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il Testo Unico sulla Privacy del 2003, poiché – si legge nelle motivazioni – “non prevede la possibilità per il giudice di interpellare la madre che abbia dichiarato di non voler essere nominata, (…) su richiesta del figlio, ai fini di un’eventuale revoca di tale dichiarazione”. Tradotto: non riconosce il diritto dei figli di conoscere le proprie origini.
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   Il provvedimento obbliga, dunque, a rivedere il decreto legislativo 196, la cui proposta di emendamento sarà presentata domani alla Camera. Dalle cinque bozze di modifica discusse in questi mesi in Commissione Giustizia è stato ricavato un testo unificato che ha raccolto consensi a destra e a sinistra e va al di là della pronuncia della Corte perché riconosce il diritto del figlio a sapere anche quando la madre vuol rimanere anonima.

   Ma c’è chi ha manifestato preoccupazione per una proposta che rischia di cancellare oltre 60 anni di diritti civili acquisiti, riportando le lancette dell’orologio al primo dopoguerra. A lanciare l’allarme è l’Anfaa (Associazione delle famiglie adottive e affidatarie), attraverso le parole della consigliera nazionale Frida Tonizzo. “La legge sulla segretezza del parto è una delle misure evolutive nate per contrastare gli abbandoni e salvaguardare la vita del neonato – spiega la Tonizzo –. Lo Stato non può tradire l’impegno assunto nei confronti di queste donne, approvando provvedimenti che, avendo effetto retroattivo, violerebbero il diritto all’anonimato in precedenza assicurato. Se questo testo dovesse essere approvato, rischierebbe di avere conseguenze gravi e irreversibili sulla vita delle madri biologiche, o sarebbe più corretto definire genitrici”.

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   IL PENSIERO della Tonizzo va, ad esempio, alle donne musulmane che rischiano la condanna a morte, nel caso fosse rivelata l’esistenza di figli al di fuori del matrimonio. O alle pesanti ripercussioni psicologiche su tante donne italiane e sui loro familiari, in molti casi all’oscuro della verità. Non solo. “Se passa un simile principio, in quante per paura decideranno di non rivolgersi all’ospedale, scegliendo l’aborto preventivo o, peggio ancora, abbandonando il nascituro in un cassonetto?”.
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   Secondo l’Anfaa, un compromesso possibile è nella bozza di emendamento di Anna Rosso-mando (Pd). La proposta, poi bocciata in commissione Giustizia, prevedeva che, una volta giunta la richiesta, spettasse alla donna la facoltà di decidere se incontrare o meno il proprio nato. “I veri abbandonati, al momento della nascita, non sono i bambini, ma le madri” racconta Anna, che alla fine ha deciso di non sapere e di mantenere intatto quel silenzio durato 48 anni, anche se la ferita brucia e fa male. Da domani, per altre migliaia di donne, il destino potrebbe essere molto diverso. E dagli esiti imprevedibili.

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