mercoledì 12 novembre 2014

Sogno di un sindacato in un autunno caldo

Di  


Camusso riforma la Cgil contro Renzi

Una riflessione attuale su precarietà e risorse del Quinto Stato.

L’impensabile

Esercizio di immaginazione. Dopo la manifestazione a Roma del 25 ottobre 2014 in cui la Cgil ha portato in piazza un milione di persone contro il partito “della nazione” di Renzi (un partito che ha votato quando era guidato dalla fazione bersaniana sconfitta da Renzi), la segretaria Susanna Camusso decide di avviare una gigantesca operazione di riforma interna al sindacato. Insieme allo sciopero generale, invocato da “radicali” e “riformisti” come il feticcio che abbaterà sulla testa di Renzi il maglio dei poveri e degli sfruttati, Camusso fa l’impensabile.
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Dopo avere passato anni (sin dal suo insediamento) a pentirsi di non avere fatto qualcosa di significativo contro la precarietà, Camusso si accorge che a questa (auto)critica senza contenuto e senza conseguenze deve far seguire un’azione che coinvolga dirigenti e delegati, le federazioni e le camere del lavoro. Camusso capisce di dovere reagire nel merito alle accuse ipocrite del suo attuale antagonista Renzi: «Dov’era il sindacato quando in Italia la precarietà si estendeva?»
Per il momento risponde che il sindacato ha cercato di tappare le falle prodotte da una legislazione che ha precarizzato tutti. Ma è una risposta molto debole che non dice nemmeno l’essenziale: quel legislatore, infatti, era il centro-sinistra che nel 1997 creò il “pacchetto Treu” e nel ventennio successivo non ha fatto altro che peggiorare la situazione, non avendo l’accortezza di modificare le leggi peggiorative approvate dal centrodestra.

Quale partito ha votato la Cgil

Questo partito è l’incarnazione del Pds-Ds-Pd, uno scioglilingua che oggi suona male nella bocca di Renzi. Un neoliberista infantile e tardivo che scopre con trent’anni di ritardo le ricette di Pietro Ichino e il fascino di Tony Blair (quello che truccava le carte per fare la guerra in Iraq) e parla di un “partito della nazione”. Se il sindacato di Camusso è vecchio perché è novecentesco, il Pd di Renzi arretra fino all’inizio dell’Ottocento e rilegge il conservatore cattolico De Maistre. Non proprio un progressista. Si sta preparando il terreno allo scontro che verrà: il partito della nazione di Renzi contro il partito razzista di Salvini (Lega Nord o come si chiamerà). Questo è il dibattito allucinato che si è fatto strada a sinistra, in Italia e in Europa, in vista dell’affermazione della destra nazionalista xenofoba e cripto-fascista del Front Nationale di Marine Le Pen in Francia.
Il “partito della nazione”: giusto per essere “moderni” e pensare al “futuro”.

Cosa chiede un milione in piazza?

Allora, noi abbiamo bisogno di una boccata d’aria. Respirare. Vogliamo il possibile, altrimenti soffochiamo. E troviamo sulla strada Susanna Camusso, e la Cgil, che nella cornice mediatica ricopriranno per qualche mese il ruolo dei principali oppositori al progetto politico di Renzi. L’unico sulla piazza, in fondo. Insomma, questo non è proprio qualcosa di entusiasmante. Ma è a queste persone che si è rivolta una massa da un milione che cerca qualcosa. Un’alternativa. Ecco allora un’ipotesi. Loro dicono: abbiamo bisogno di forza. Senza forza non esiste politica. Se non c’è la possibilità di agire una forza, non esiste nemmeno un’egemonia. Ma come si crea una forza? E, una volta creata, questa forza non rischia di replicare l’identità alienata a cui reagisce oppure quel soggetto sovrano che ha imposto lo sfruttamento e da cui cerca di fuggire?
Ma questa forza la si cerca in un sindacato come la Cgil? Sembra di sì. Questo è. Se vi pare.
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Per scherzo, incoscienza, o convinzione (parole da usare con molta prudenza) allora Camusso, e il gruppo dirigente di un sindacato che ha vissuto in uno stato ipnotico per vent’anni, formulano un’ipotesi arrischiata, ma sperimentale, coraggiosa, inaudita. La cercano nella storia del movimento operaio, antecedente alla cosiddetta “svolta tedesca” che caratterizza ancora oggi la Cgil, un sindacato fortemente centralizzato, verticale, gerarchico. La svolta consiste in questo: torniamo alle origini, ben sapendo che nulla sarà eguale. Oggi, come ieri, abbiamo persone che lavorano e sono isolate, senza rappresentanza, ci sono giovani precari disoccupati. Poveri, salari bassi, intermittenti, senza tutele. Perché, allora, non spingere il sindacato all’incontro con queste masse disperse, solitarie, mute. Persone che non hanno la tuta blu, né lavorano dietro la scrivania in un ufficio, o dietro una cattedra. Ma che stanno nei campi e nelle città, vivono una vita in incognito.
Tutto questo è un film?

Non chiederti “Chi siamo?”, ma “Cosa facciamo insieme”?

E noi, sindacato, che facciamo? Creiamo occasioni di incontro. Mettiamo a disposizione i servizi, i patronati, le camere del lavoro, le case del popolo. E non solo per organizzarli. No questa è l’ultima cosa da fare. Dobbiamo aiutarli a riconoscersi l’uno con l’altro. Non per pensare a chi siamo, ma per fare qualcosa tutti insieme. E nello stesso tempo risolvere i problemi di una dichiarazione dei redditi (senza avere un vero reddito). Oppure a stilare convenzioni per la tutela sociosanitaria per chi non ha un sussidio contro la disoccupazione, oppure ha un figlio o un congiunto malato e non ha i soldi per curarli.
Come si faceva un tempo con le società di mutuo soccorso. Anche oggi lo si fa. Sono in molti a riscoprire il mutualismo, una pratica che era del sindacato quando esistevano masse di spossessati e di senza diritti, e lo Stato rifiutava di assisterli. Come oggi, dopo che è stato deciso di annientare lo Stato sociale. Bisogna rifondarlo, certo. Ma su quali basi? Sul vecchio modello del lavoro dipendente, il maschio e padre di famiglia che porta il pane a casa? In un momento in cui sette su dieci tra i nuovi assunti non hanno un contratto di lavoro dipendente e non hanno alcuna speranza di entrare nella cittadella del lavoro dipendente? Quando ci sono tre milioni ottocentomila partite Iva e poco più, o poco meno, di quattro milioni di precari.
Sì, il Welfare dev’essere ripensato, magari a livello europeo, ma su basi tali da rispecchiare questo sterminato quinto stato che si affolla alle porte della cittadella del lavoro.

Ecco viene l’impossibile

Quello a cui Renzi dice di rivolgersi, contro il sindacato, ma che nei fatti getterà nelle fiamme precarizzandolo e facendo mercimonio dei suoi diritti in cambio di indennità da fame. Ecco, immaginiamo l’impossibile. La Cgil riscopre parole come mutualismo, municipalismo, federalismo, cooperazione, coalizione. Sembra incredibile, ma crediamoci per un istante. I luoghi prescelti per questo genere di pratiche sono: i territori, le città, i quartieri. Le modalità sono: il lavoro associato, le economie condivise, le attività in comune, la progettazione e il finanziamento dal basso (le collette o il reperimento fondi su piattaforme civiche, elettroniche e internazionali). Stiamo parlando delle vecchie tecniche di autofinanziamento e di autoorganizzazione del movimento operaio. Non sfuggirà la coincidenza temporale: il neoliberismo che si è saldato con le politiche di austerità ci sta spingendo indietro di più di un secolo. E dal XIX secolo ritornano tecniche e discorsi che sembravano scomparsi nel corso del Novecento. Questo anacronismo diventa produttivo. Così come lo è sempre la non contemporaneità degli eventi che danno vita ai processi.
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Usa e India: esempi di mutualismo e auto-organizzazione

È uno dei cortocircuiti nella cultura globale. Il discorso sul mutualismo, e le tecniche organizzative diffuse nel socialismo europeo delle origini, vengono oggi applicate in tutto il mondo. Molto meno in Europa, dove sono ancora fortissimi i sindacati tradizionali di cultura “tedesca”: organicistica, gerarchica, verticistica.
Stati Uniti. C’è la Freelancers Union, fondata da Sarah Horowitz nel 1995 a New York, il più grande sindacato dei freelance al mondo. È il primo esperimento di mutualismo nel lavoro autonomo al mondo e a oggi raccoglie più di duecentomila membri. Horowitz rivendica di avere studiato il modello del mutualismo e delle cooperative e di averlo adattato negli Usa.
La Service Employees International Union, alla metà degli anni Ottanta lanciò la campagna Giustizia per i pulitori (Justice for Janitors), e oggi costituisce una rete transnazionale di nuovo sindacalismo che unisce migranti e lavoratori poveri nelle città globali con un’economia dei servizi organizzata in termini neoliberali.
La United Farm Workers ha portato il sindacalismo sociale nelle zone urbane e ha sviluppato campagne sui diritti insieme alle chiese, alle associazioni e ai movimenti sociali. È il risultato di un metodo organizzativo che mescola il «community organizing» ormai tradizionale negli Stati Uniti e pratica alleanze con altri movimenti sociali, minoranze, sindacati tradizionali, artisti e ricercatori.
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Kim Moody, scrittore e teorico del nuovo sindacalismo sociale, teorizza da tempo l’alleanza tra i movimenti sociali e i sindacati tradizionali. Questo modello rappresenta l’evoluzione della politica delle coalizioni sociali. Il sindacalismo delle origini si alleò con l’associazionismo e le istituzioni del mutualismo. I primi partiti operai erano il prodotto di questo intreccio inestricabile, non interrotto dalle rivalità interne all’Internazionale socialista o dal conflitto con la parte cattolica. Il fascismo cancellò tutto. Oggi, sottolinea Moody, questi nuovi soggetti conducono una lotta contro la svolta “manageriale” delle confederazioni sindacali avvenuta negli anni Ottanta. Ciò non cancella il piano politico dell’alleanza: rafforzare i movimenti dei poveri, dei precari, dei disoccupati, dei migranti con le strutture dei sindacati e aiutare questi ultimi ad aprirsi alle nuove condizioni di vita delle classi lavoratrici. Parliamo di una struttura aperta, policentrica, connettiva, transnazionale. Si sviluppa per campagne e teorizza l’uso universale dei diritti dell’uomo. Il diritto al lavoro è un diritto fondamentale della persona e si afferma attraverso atti o pratiche di cittadinanza. Questo un modo per affermare la centralità dei diritti sociali al di là del lavoro salariato. Intenderli come diritti fondamentali (diritti umani) significa prospettare il superamento dell’idea che essi vadano negoziati poiché nell’edificio costituzionale, e ancor più negli stati travolti dalla rivoluzione conservatrice del neoliberismo, non hanno spazio.
L’attivista Valery Alzaga definisce queste pratiche di cittadinanza come labour organizing.La creazione di una comunità, o di una rete di comunità, è finalizzata alla vittoria in una vertenza contrattuale. A questo scopo possono collaborare le chiese, le organizzazioni religiose, le associazioni civiche, oltre che i sindacati tradizionali o le organizzazioni professionali di settore. Queste tecniche mirano alla creazione di piattaforme politiche che hanno una base sui territori messi in rete. È necessario aprire degli snodi. Alzaga parla deiworkers centers e delle legal clinic. In sostanza si tratta delle vecchie camere del lavoro e degli attuali Caf, ma negli Stati Uniti rappresentano istituzioni autogestite al di fuori dei sindacati tradizionali che collaborano alla diffusione microfisica di queste istituzioni di base. Ci sono esempi significativi anche tra i movimenti antirazzisti che hanno costruito gli sportelli per i migranti. Su questa base in Italia i movimenti per la casa hanno creato i loro sportelli. Anche il movimenti Lgbtqi ha creato sportelli di mutuo aiuto e di informazione per trans o persone omosessuali. 

Il diritto all’abitare in India

In India. È quello che hanno fatto, ad esempio, i movimenti per il diritto alla casa in India e le Ong di Mumbai. Arjun Appadurai, in una straordinaria etnografia urbana contenuta inThe Future as Cultural Fact: Essays on the Global Condition, ne descrive le tecniche di organizzazione e l’orizzonte politico in una società castale dove esistono milioni di poveri urbani, in ostaggio dall’apartheid finanziaria.
Alleanza della Sparc (Society for the Promotion of Area Resource Centres): è una Ong fondata nel 1984 da docenti e un gruppo di donne formate al lavoro sociale nel Tata Institute of Social Sciences che lavora con agenzie governative, organizzazioni di base e professionisti sull’emergenza abitativa e i programmi di credito per le case. Si occupa anche dell’educazione e della salute dei poveri che partecipano ai movimenti urbani. È alleata con altri movimenti come il National Slum Dwellers Federation of India, ilMahila Milan (una federazione di collettivi femministi) e la coalizione asiatica per i diritti all’abitare.
Le tecniche del risparmio, dell’autocostruzione, della coprogettazione e della pianificazione collettiva, della cura di se stessi e degli altri, sono diffuse in tutto il mondo tra i poveri urbani, ma hanno raggiunto in India (considerate anche le dimensioni di massa del fenomeno) livelli elevati. A dispetto dei limiti dell’alleanza, descritti da Appadurai, l’obiettivo dell’azione politica consiste nel far maturare conoscenza e saperi tecnici nei poveri. Sono gli stessi obiettivi praticati nell’Ottocento dal mutualismo europeo rispetto al proletariato dell’epoca e hanno trovato un ambito di applicazione nel mondo degli esclusi da tutto grazie all’alleanza con gli intellettuali, gli esperti e i cittadini. Questo attivismo ha creato anche una rete internazionale, lo Sdi, diffuso in quattordici Paesi e in quattro continenti che ha lo scopo dell’apprendistato orizzontale allo scambio e alla condivisione, cioè i due valori della solidarietà tra gli uguali. Non si tratta di assistenzialismo, né di carità dello Stato: i poveri assoluti e quelli relativi, insieme al quinto stato delle professioni, creano le tecniche e le associazioni capaci di promuovere l’autodeterminazione e quindi l’autonomia sociale, usando anche i fondi della banca mondiale, delle Ong e dello Stato indiano. La creazione di “comunità”, secondo l’impostazione del primo grande teorico americano del diritto alla città, il sindacalista Saul Alinsky, si fonda sul modello vedere-apprendere piuttosto che su quello frontale (e dall’alto) insegnare-apprendere.
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Non è un caso che in queste alleanze (che in maniera più o meno informale esistono anche in Italia e soprattutto in Grecia e in Spagna) in prima fila ci siano le professioni tecniche: architetti, urbanisti, territorialisti e poi anche ingegneri, ragionieri, commercialisti ed economisti. Mettono a disposizione le competenze per un’impresa collettiva di autosostentamento e di produzione di economie mutualistiche, oltre che permettere la trasmissione di saperi complessi in situazioni che si affermano sul confine tra il legale e l’illegale. Ancora più interessante è il ruolo degli accademici, dei lavoratori della cultura o dello spettacolo. Il loro attivismo si pone come interfaccia tra le moltitudini e i saperi esperti, nell’ottica di una diffusione delle conoscenze e delle pratiche di cittadinanza (mobilitazione, trasmissione della memoria delle lotte, organizzazione e rappresentazione delle stesse). Il modello organizzativo, basato sullo scambio orizzontale, il dono e l’attivismo, permette la circolazione delle piattaforme necessarie per avviare l’impresa collettiva. La rete serve non per creare una pressione politica e mediatica sia a livello nazionale che internazionale. Ed è utile anche a creare relazioni con le associazioni caritatevoli, filantropiche e compassionevoli a livello globale non sul piano della cooptazione, ma del conflitto sull’uso dei fondi, sulla peculiarità dei progetti, sul rispetto dell’autodeterminazione espressa da questi dispositivi di autogoverno.
Appadurai dimostra l’attualità del mutualismo e delle pratiche di cittadinanza in una società compiutamente liberista come l’India. Questi e altri movimenti sono l’espressione di uncosmopolitismo dal basso e adottano consapevolmente le tecniche della governamentalità neoliberista cambiandone il segno. Si tratta di una specie di governamentalità dal bassoapplicata nel mondo dei poveri urbani, una contro-governamentalità alimentata dalle relazioni complesse tra soggetti eterogenei in uno scenario politico multiscalare: locale, nazionale e internazionale. La sua razionalità politica è ispirata ai principi della cooperazione, dello scambio e della condivisione. L’obiettivo è fare politica a livello globale partendo dalla vita quotidiana e dall’idea che l’attivismo sia un fare produttivonon identitario, né corporativo. Bisogna creare reti, comunità ed economie. La politica, nell’epoca della condivisione, si dà nell’autorganizzazione e nella creazione di nuove istituzioni né pubbliche né statali, ma autogovernate.

Il risveglio

Tutto questo è possibile. Non è la soluzione, ma è un modo per convocare una forza, per fare appello a un popolo che viene. Ecco, questo è l’impensabile, ancora, in Italia.
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http://www.lavoroculturale.org/la-cgil-contro-renzi/

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