martedì 25 novembre 2014

Quel che resta del gioco

Il gioco è il modo in cui gli adulti chiamano un’attività che è invece l’attività permanente dell’infanzia. Non è qualcosa che solo i «bambini più fortunati possono permettersi», ma è lo statuto dell’infanzia, nel suo sperimentare il mondo. “Anzi, spesso i bambini «meno fortunati» hanno accesso a fette di mondo e di esperienza che sono negate ai bambini «benetton» – spiega Franco La Cecla – Mi riferisco al gioco per strada, alla vita all’aperto e in mezzo agli adulti, certo più pericolosa di quella condotta in una nursery o in un kindergarten, ma molto più complessa e ricca”. Ma la mercificazione ha aggredito ovunque l’arte del gioco: i giocattoli, ad esempio, sono diventati l’immaginario su cui oggi i bambini sono invitati a modellare la propria identità. Bambole e pupazzi sono personaggi la cui storia, il cui carattere, sono già predefiniti. “Cosa accade a questi bambini quando li piazziamo per farli stare buoni di fronte alla tv o a un videogame? Che anche lì esercitano comunque la voglia di sperimentare. Ma è un po’ una trappola, perché la narratività inclusa in queste scatole non è infinita, bensì direzionata”. Eppure i bambini sanno giocare con i resti del mondo per ricomporlo a modo proprio, sanno dare nomi a stracci che diventano personaggi, sanno battezzare tappi di bottiglia, burattini fatti di pezzi assemblati, riescono a far parlare scarpe, bicchieri e lampadine. Purtroppo sempre meno spazio viene lasciato alla capacità di smontare e riassemblare. “Il bambino oggi può costituirsi esclusivamente in funzione di proprietario, di utente, mai di creatore. Gli si preparano gesti senza avventura, senza sorpresa né gioia”.
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“Ogni infanzia compie qualcosa di grande, di insostituibile per l’umanità. Ogni infanzia, nel suo interesse per i fenomeni tecnici, nella sua curiosità per ogni sorta di invenzioni e di macchinari, lega le conquiste della tecnica agli antichi universi simbolici”.
Walter Benjamin, Das Passagen-Werk
I giochi, i giocattoli, raccontano di epoca in epoca che tipo di rapporto c’è tra adulti e bambini. Anzi, raccontano qual è l’immagine che gli adulti hanno dei bambini, l’idea del «compito» dei bambini nella società. Certo, i bambini giocano anche da soli, inventano da soli i modi per giocare con il mondo, ma gli adulti «si approfittano» della serietà del gioco infantile per guidarlo lungo i canali di ciò che essi si aspettano dai bambini. I giocattoli sono, in questo senso, la materia di una relazione tra due categorie di umani che, pur essendo «familiari», sono estranei e divisi.
Il gioco è il modo in cui gli adulti chiamano, per ridurla e fissarla, un’attività che è invece l’attività permanente dell’infanzia. L’infanzia prende sul serio se stessa e il mondo, stabilendo relazioni sperimentali con il proprio essere fisico e interiore e con la presenza del mondo (in oggetti e persone) là fuori. Questa permanente attività di experimentum mundi risulta agli occhi dei grandi una specie di «tempo libero» in attesa degli impegni dell’età adulta. I grandi, per poter diventare grandi, hanno a tal punto allontanato da sé l’infanzia, da aver dimenticato che a quel tempo non c’erano divisioni nette di tempo e di funzioni, ma che l’esperienza era tutto. Gioia e dolore, buio e luce, tenerezze e durezze erano un continuum originario, sospeso nel tempo. E questo vale sia per i bambini «borghesi», per i paffuti infanti «benetton», che per i bambini di classi meno agiate, e perfino per i bambini «a rischio», per gli stessi bambini di strada. Il gioco non è qualcosa che solo i «bambini più fortunati possono permettersi», ma è lo statuto dell’infanzia, nel suo sperimentare originariamente il mondo, per la prima volta. Da questo punto di vista, anzi, spesso i bambini «meno fortunati» hanno accesso a fette di mondo e di esperienza che sono negate ai bambini «benetton ». Mi riferisco al gioco per strada, alla vita all’aperto e in mezzo agli adulti, certo più pericolosa di quella condotta in una nursery o in un kindergarten, ma molto più complessa e ricca.
Il rischio ha fatto sempre parte dell’esperienza del mondo e del crescere in esso. Crescere significa fare esperienza del mondo senza diventarne vittime e questo comporta una capacità di riconoscere il rischio. Anche questo è gioco e i bambini lo sanno bene, perché amano i giochi pericolosi. Il gioco, quello che si fa con i giocattoli, è una parte minima di questa esperienza, una parte oggi, per i bambini «fortunati», controllata al novanta per cento dagli adulti. Il gioco corrisponde, come già detto, al «tempo libero» degli impiegati e degli operai, e ne segue la stessa logica: è leisure time, vacanza, tempo non serio.
I bambini vengono «lasciati giocare»; ci sono apposite istituzioni per insegnare loro a giocare, speciali professioni a questo fine. I bambini devono imparare, oggi, a giocare, come se non fosse questo il loro specifico, il campo in cui sono essi gli insegnanti. Da questo punto di vista, i negozi di giocattoli raccontano l’immagine che gli adulti hanno oggi dei bambini più di qualunque inchiesta sociologica.  Roland Barthes scriveva nel 1952 in Miti d’oggi[1]: Che il francese adulto veda il bambino come un altro se stesso, non c’è esempio che lo dimostri meglio del giocattolo francese. I giocattoli più diffusi sono essenzialmente un microcosmo adulto; sono tutti riproduzioni in formato ridotto di oggetti umani, come se agli occhi del pubblico il bambino non fosse in fondo che un uomo più piccolo, un homunculus a cui si debbano fornire oggetti sulla sua misura.
Il discorso di Barthes può essere facilmente allargato al bambino inglese, americano, italiano, tedesco, giapponese o australiano, se questo bambino è stato raggiunto dalla internazionalizzazione dell’homunculus. I giocattoli sono «mondializzati», legati alle trasmissioni televisive e ai cartoni animati, e spesso le compagnie che li producono hanno stretti legami con il mondo dei media. Il bambino è oggetto dell’assalto di multinazionali dell’infanzia che hanno bisogno di rendere solida la domanda, spingendola verso il consumo di miniature dei personaggi dei media. C’è qualcosa di strano in questa operazione. Perché ai tempi delle favole dei fratelli Grimm o di Andersen, non c’era una produzione di miniature di Cappuccetti Rossi o di Pollicini o di Sette Nani come c’è oggi? A quei tempi c’erano le illustrazioni, i libri per l’infanzia con le straordinarie figure che balzavano fuori, ma non c’era la trasformazione dei personaggi in homunculi. Perché i bambini di oggi sono invitati a giocare e giocano così tanto con la ripetizione in scala minore, ma in tre dimensioni, di ciò che hanno visto su uno schermo?
I bambini sono diventati homunculi che giocano con miniature di homunculi. In questo rimpicciolimento dell’infanzia c’è l’idea adulta che i bambini siano grandi in miniatura e quindi è logico che debbano giocare con miniature della realtà. I bambini sono «minori», cioè sono esseri non ancora maturi, portatori di un handicap che si chiama non essere adulti. L’immagine che tanta pubblicità e tanti media mandano dell’infanzia è quella di un mondo di bambolotti carini. I bambini sono diventati essi stessi bambole e soldatini, sono diventati giocattoli in uno strano gioco di specchi. I giocattoli veri e propri sono, a questo punto, l’immaginario su cui i bambini sono invitati a modellare la propria identità. La confezione gigante di Barbie lo dice con chiarezza: «Barbie adesso è come te, scambiatevi i vestiti». Le bambole con cui giocavano le nostre nonne e le nostre mamme non avevano ancora un nome. Erano le bambine a darglielo. Poi sono arrivate le Barbie e le Sailormoon e insieme a esse dei personaggi la cui storia, il cui carattere, erano già definiti, predefiniti.
In questo processo c’è qualcosa che Benjamin prima e Barthes poi avevano intuito. Si tratta dell’imposizione all’infanzia di significati precostituiti. I bambini giocano con personaggi, storie, scenari già decisi, definiti nei particolari. I nomi delle cose sono tutti già dati. Walter Benjamin, in Strada a senso unico[2], ci ricorda che ciò cozza contro l’attitudine dei bambini a rifare il mondo:
Lambiccarsi pedantescamente il cervello per creare prodotti – materiali visivi, giocattoli o libri – adatti ai bambini è sciocco. Sin dall’Illuminismo è questa una delle fissazioni più stantie dei pedagoghi. La loro infatuazione per la psicologia gli impedisce di accorgersi che il mondo è pieno dei più incomparabili oggetti dell’attenzione e del cimento infantili. Dei più azzeccati. È che i bambini sono portati in misura notevole a frequentare qualsiasi luogo di lavoro in cui si opera visibilmente sulle cose, si sentono attratti in modo irresistibile dai materiali di scarto che si producono nelle officine, nei lavori domestici e nel giardinaggio, in quelli di sartoria o di falegnameria. Negli scarti di lavorazione riconoscono la faccia che il mondo delle cose rivolge proprio a loro, a loro soli. In questi essi non tanto riproducono le opere degli adulti quanto piuttosto pongono i più svariati materiali, mediante ciò che giocando ne ricavano, in un rapporto reciproco nuovo, discontinuo. I bambini in tal modo si costruiscono da sé il mondo oggettuale, un piccolo mondo dentro il grande.
Il mondo della produzione di giocattoli va nella direzione opposta. Laddove i bambini sanno giocare con i resti del mondo per ricomporlo a modo proprio e nuovo, sanno dare nomi a stracci che diventano personaggi, sanno battezzare tappi di bottiglia, biglie, burattini fatti di pezzi assemblati, riescono a far parlare scarpe, bicchieri e lampadine, il mondo dei giocattoli offre loro sempre più oggetti ready made. Sempre meno spazio viene lasciato alla capacità di smontare e riassemblare. Anche giochi classicamente «astratti» come il Lego o il Meccanooggi vengono forniti come pezzi di una scena che deve essere ricomposta come se fosse un puzzle: la pompa di benzina, il castello, la stazione ferroviaria. Ma davanti a questo universo di oggetti fedeli e complicati il bambino può costituirsi esclusivamente in funzione di proprietario, di utente, mai di creatore; non inventa il mondo, lo utilizza: gli si preparano gesti senza avventura, senza sorpresa né gioia. Si fa di lui un piccolo padrone abitudinario che non deve neppure inventare le molle della causalità adulta; gli vengono fornite già pronte: lui non deve fare altro che servirsene, non gli si dà mai un percorso da fare.
Così Barthes in Miti d’oggi[3], che aggiunge a proposito dei giochi di costruzione: Il più piccolo gioco di costruzione, purché non sia troppo ricercato, implica un apprendistato del mondo molto diverso: il bambino non vi crea affatto oggetti significativi, non gli importa che abbiano un nome adulto; non esercita un uso ma una demiurgia; crea forme che camminano, che rotolano, crea una vita, non una proprietà; gli oggetti vi si muovono da soli, non sono più una materia inerte e complicata nel cavo della mano.
Oggi l395349_4461438143006_2138608225_na tendenza è di eliminare questa parte dei giochi di costruzione che li rendevano affini alla capacità infantile di inventare il mondo senza doverlo accettare già significato. Cosa si cela in questo terrore adulto del vacuo, in questo horror vacui per cui nemmeno al gioco viene lasciato lo spazio del non assemblato, del frammento, del resto, del non definito? La risposta viene ancora dall’infanzia e dal suo rapporto con le cose, gli oggetti. Quello che Benjamin genialmente notava in Strada a senso unico[4] sulla capacità infantile di giocare con i resti è anche il motivo per cui i bambini rompono i giocattoli (quelli troppo definiti). Il bambino che frammenta, smonta il giocattolo elettronico, o la bambina che disassembla la bambola, lanciando una gamba qui, un braccio là, non fanno altro che riprendere il loro lavoro di riduzione del mondo degli adulti a un materiale su cui lavorare per una paziente reinterpretazione. I bambini fanno a pezzi il mondo degli adulti e fanno a pezzi gli stessi giocattoli che vengono loro regalati. In questo atteggiamento c’è una familiarità con il mondo delle cose di cui noi adulti spesso ci dimentichiamo. Il bambino è immerso nel mondo degli oggetti come presenze animate, compagnia che parla. Di fronte a essi egli esercita un disordine che è quello del collezionista e del cacciatore allo stesso tempo. Rompere, scandire, smontare significa ricondurre a elementi primi, rifare i materiali per un elenco. Ogni pietra che trova, ogni fiore raccolto e ogni farfalla catturata sono per lui già il principio di una collezione, e una sola grande collezione è, ai suoi occhi, tutto ciò che comunque possiede. In lui questa passione mostra il suo vero volto, il severo sguardo indio di cui negli antiquari, ricercatori, bibliofili non resta che un bagliore offuscato e maniaco. Come si affaccia alla vita è già cacciatore. Caccia gli spiriti, di cui fiuta la traccia nelle cose; tra spiriti e cose gli passano anni interi, durante i quali il suo campo visivo si conserva libero da presenze umane. Gli accade come nei sogni; non conosce niente di duraturo; le cose gli succedono, crede lui, gli capitano, gli si presentano. I suoi anni di vita nomade sono ore nel bosco dei sogni. Di là trascina a casa il bottino per mondarlo, consolidarlo, liberarlo dagli incantesimi. I suoi cassetti devono trasformarsi in arsenale, serraglio, museo del crimine e cripta. «Metter ordine» vorrebbe dire distruggere un edificio pieno di castagne spinose che sono mazze ferrate, cartine di stagnola che sono un tesoro d’argento, cubetti per le costruzioni che sono bare, piantine grasse che sono totem e monetine di rame che sono scudi di guerrieri.
Da un pezzo ormai il bambino aiuta a rassettare l’armadio per la biancheria della mamma, la libreria del babbo, e nella sua riserva è ancora l’ospite nomade e bellicoso. Il bambino è un essere surrealista. Ha, senza bisogno che glielo insegnino, una capacità di assemblare gli elementi più assortiti, di portarsi appresso la fantasmagoria degli oggetti, ponendo tra essi relazioni di cui lui solo è il padrone. In questo sta la sua «originalità» e il suo stato selvaggio.
Questa selvatichezza è ciò che gli adulti più temono e meno capiscono. In fin dei conti tutti gli adulti del mondo, anche gli adulti indigeni di un villaggio africano o amazzonico, sanno che i bambini sono «in comunicazione» con mondi che a loro sono ormai preclusi. I bambini dei Gourmantchè di Gobinangou, in Burkina Faso, sanno ancora parlare con gli spiriti, almeno fin quando non riescono a stare in piedi su due gambe. I genitori lo sanno e ogni tanto devono richiamarli all’ordine con leggeri colpettini sulla testa, perché i bambini smettano di parlottare con i pola, gli spiriti della foresta e dell’indistinto. L’infanzia ha dei privilegi che sono turbamenti per il mondo degli adulti. Tra questi privilegi il principale è la capacità di prendere a tal punto sul serio il mondo materiale da non darlo per scontato, da non aver ne l’abitudine. Il gioco è il contrario dell’abitudine. Per questo il gioco è spesso, come aveva intuito Freud, ripetitivo, perché come ogni esperimento prova e riprova, non dà per scontato che le cose siano in un certo modo e basta. Può darsi che l’esperimento con il fuoco, con la luce, con la caduta degli oggetti, con lo spaccarsi in pezzi del vaso, non si ripeta sempre uguale. La «coazione a ripetere » è l’opposto della noncuranza, dell’apparente naturalezza con cui da adulti apriamo una porta, camminiamo, prendiamo una penna o un vaso. La scoperta per gli adulti è un episodio raro, sorprendente, mentre per i bambini è pane quotidiano.
La scoperta è anche trovarsi a essere cosa tra le cose. I bambini sentono la loro presenza, in mezzo alla presenza delle cose, come se fosse avvolta dallo stesso potere. Sono parte di un complesso animato. Sempre Benjamin in Strada a senso unico[5]:
Il bambino che sta dietro le tende diviene a sua volta qualche cosa di bianco e svolazzante, un fantasma. Il tavolo della sala da pranzo sotto il quale s’è rannicchiato fa di lui l’idolo ligneo del tempio, dove le gambe intagliate sono le quattro colonne. E dietro una porta è anche lui porta, è coperto da essa, maschera massiccia, e da stregone getterà l’incantesimo su tutti quelli che varcheranno ignari la soglia. A nessun costo dev’essere trovato. Quando fa le boccacce, gli dicono, basta che l’orologio batta le ore, e lui resterà così. Quanto ciò sia vero lo capisce nel nascondiglio. Chi lo scopre può farlo rimanere idolo di legno sotto il tavolo, intesserlo per sempre nelle tende come un fantasma, imprigionarlo a vita nella porta massiccia. Per questo, quando è preso da chi lo stava cercando, fa uscire con uno strillo acuto il demone che l’aveva così tramutato perché non lo trovassero: anzi non aspetta neppure il momento, previene l’altro con un grido di autoliberazione. Per questo la lotta con il demone non lo stanca mai.
526281_4036013387653_240530484_nLa casa e i suoi oggetti sono importantissimi. Le case che costruisce con cuscini e sedie, il fortino degli indiani che è ricavato dall’imballaggio del televisore o la residenza di campagna dove le bambine ricevono tra le stuoie e gli zerbini della cucina, sono la messa in crisi della funzione che quegli oggetti, quei cuscini, sedie, stracci, avevano ricevuto una volta per tutte. I bambini quasi si stupiscono che i grandi ne facciano un uso talmente improprio e miope. Per questo i bambini preferiscono i giocattolimetamorfosi, quelli che almeno lasciano una possibilità in più, come i mostri che diventano veicoli, e per questo amano i mostri, perché sono l’eccesso del travestimento.
In questo lavoro continuo che è il gioco, i bambini seguono la legge fondamentale della mimesi. Il loro animismo è apprendimento del fatto che per imparare il mondo esterno bisogna diventarlo. Il mimetismo, l’imitazione, sono la molla per cui osservare il gatto significa diventare il gatto, ascoltare la voce della mamma significa diventare la sua voce, imparare a parlare come lei. L’imitazione è l’origine del linguaggio, dice Benjamin, nel senso che il linguaggio è un cercare di riprodurre il mondo. Il bambino fa questo allo stato puro: egli riproduce il mondo con un tono, una maniera, una composizione che non abbiamo mai sentito prima. Cosa accade a questi bambini quando li piazziamo per farli stare buoni di fronte a un televisore o a un videogame? Che anche lì esercitano comunque la voglia di sperimentare. Ma è un po’ una trappola, perché la narratività inclusa in queste scatole non è infinita, bensì direzionata. Per quanto le immagini possano essere mobili e affascinanti, alla fine la trama diventa una trappola. Le cose finiscono in un certo modo, c’è un modo di vincere e uno di perdere.
Certo, questo potrebbe somigliare alla narratività delle favole, ma le favole hanno una stranezza che nessuna morale può loro togliere. Le favole sono il discorso sul mondo sedimentato da secoli di stupore, e non sono un gioco in cui ci sono delle regole chiare per essere i vincitori. Qualcosa ci fa credere che i bambini siano degli eterni agonisti, e questa è la spaventosa eredità dei boyscout mescolati allo spirito militare dei nostri culti religiosi. L’agonismo dei bambini è spirito mimetico, imitazione più che competizione. Siamo noi adulti a travisarne il senso. Ci pare che sia del mondo dei bambini la voglia di fare gare, di vincere e di perdere. Siamo invece noi che ci rassicuriamo così: facciamo partecipare i bambini a competizioni in cui saremo noi i sicuri vincitori. Invece di accettare che in questa mimesi ormai siamo noi i perdenti, perché abbiamo dimenticato che ogni imitazione richiede la fede forte nel rischio di diventare l’altro, sia esso tavolo, bambola, luna, cavallo o cavaliere. Nella pratica animista del mondo che l’infanzia continua a percorrere, c’è il riscatto dalle pareti troppo anguste dell’individuo e la sensazione che il mondo sia un enorme acquario in cui i contorni tra le cose e le persone non sono poi così netti.

Note al capitolo
1. R. Barthes, Miti d’oggi (1952), Einaudi, Torino 1974, p. 51.
2. W. Benjamin, Strada a senso unico. Scritti 1926-1927, a cura di G. Agamben, Einaudi, Torino 1982, p. 13.
3. R. Barthes, Miti d’oggi, cit., p. 53.
4 . W. Benjamin, Strada a senso unico, cit., pp. 35-36.
5. W. Benjamin, Strada a senso unico, cit., p. 36.

10*L’articolo è un paragrafo di “Non è cosa / Non siamo mai soli” edito da elèuthera, di Luca Vitone (artista) e Franco La Cecla (antropologo, autore di molti libri, tra cuiMente locale – elèutheraIl malinteso. Antropologia dell’incontro – Laterza, Contro l’Architettura – Bollati Boringhieri, L’Ape, antropologia su tre ruote, elèuthera).

Le foto di questo articolo sono tratte daSLURPtruppen, acronimo di Spazi Ludici Urbani a Responsabilità Partecipata, straordinari gruppi informali che agiscono “in tutti quegli spazi nei quali si svolgono pratiche ludiche” basate su “condivisione di responsabilità”.
A seguito del meeting tenutosi a firenze il 5/5/2012, le SLURPtruppen hanno deciso di entrare in azione!

http://comune-info.net/2013/10/quel-che-resta-del-gioco/

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