mercoledì 19 novembre 2014

Pubblicazione aperiodica su argomenti variegati riconducibili alle scienze del linguaggio e della comunicazione. Inoltre, sintesi, ove necessario tradotte in lingua italiana, di libri e paper accademici. Spazio per commenti, approfondimenti e divagazioni.

Femen e quello che sappiamo di noi. #Updated

Le Femen, chiunque esse siano, son riuscite a smuovere i cuori buoni italiani.
Come?
Essenzialmente utilizzando il proprio corpo in modo non-convenzionale e blasfemo.

Giusto per non perdere la rotta, mi prendo un dizionario online e leggo che 'blasfemo' è ciò che "offende la divinità". Bene. Non parlerò di questo, tranquilli. Ma è giusto per capire, tra me e me.

Leggendo i tweets sull'argomento, di cui potete vedere un estratto, ho notato una nettissima maggioranza fortemente critica riguardo alla loro "messa in scena". Con mio grande dispiacere però, devo notare, anche scorrendo rapidamente oltre il centinaio di tweets, è arduo trovarne qualcuno che discuta i contenuti, le idee, la luna anziché le dita.
Le tette in questo caso.

Un pubblicitario direbbe che le femen hanno toppato totalmente il medium, la forma, lo strumento, la retorica. Un pubblicitario all'antica però.

Ora, fingendo che le femen siano davvero quello che vogliono apparire di essere e che il loro obiettivo sia attirare l'attenzione sulle tematiche dell'identità e dei diritti ad essa legati, la cosa è secondo me più complessa di come la pone il pubblicitario all'antica.

Ovvero, trattandosi appunto di tematiche identitarie, non si può addossare tutta la responsabilità del processo comunicativo-persuasivo sull'oratore; l'uditorio con il suo gravoso carico di immaginario, valori, dogmi, convenzioni ed aspettative non può essere escluso dal calcolo.

Ecco, secondo me, che sono molto pessimista, se tutti ci si arrovella sul fumo e nessuno giunge all'arrosto è perché, come spesso mi capita di concludere nelle mie elucubrazioni, si è abituati a fare così.
Guardate i talk-show, ad esempio, dove si discutono (male) temi di fondamentale importanza per la sostenibilità stessa della convivenza dignitosa e pacifica della nazione: quanto spazio è dedicato all'argomentazione e quanto alla caciara, alla tautologia, allo slogan, al rimbrotto?

Ho ancora qui (deissi: non potete capire cosa intendo) incastrata l'immagine (ora potete capirlo perché la metafora è convenzionalizzata) di quell'esponente del PD che alla Gabbia anziché confutare le idee espresse da Fusaro cercava di ridicolizzarne il ruolo di studioso di filosofia. Mi fa ribollire, ma purtroppo alcune tecniche retoriche sono alla portata di chiunque, in particolari gli argomenti ad personam.

Non siamo abituati ad argomentare, ma non è tutto qui: secondo me, relativamente al tema trattato, ci sono un bel po' di code di paglia sparse per lo stivale decadente.
Perché in realtà, se il papa dice questo mentre in Italia accade questo, qualcosa 'a tema' di cui discutere ce l'avremmo, no? Eppure non ne discutiamo, eppure non tracciamo una riga netta tra credenze e leggi, eppure non 1. decidiamo sul da farsi; 2. lo applichiamo.

Detto questo, non sono tanto d'accordo sul fatto che la "messa in scena" femen sia stata così inutile. Ci arriveremo.
Per ora torniamo a noi, o meglio a loro. Ai commenti che vi ho riportato.

Come si può vedere questi commenti hanno qualcosa in comune: tutti tirano in mezzo un altro sistema di credenze, un'altra religiosità,più che religione. Quale? Tendenzialmente l'islam e/o i paesi islamici, con poche eccezioni che guardano ad altri sistemi totalitari (Corea, Cina) o India, un paese dove ancora esistono le caste, gli intoccabili (si dice che questa espressione sia errata, ma mi ci sono affezionato grazie a questo libro bellissimo) e 93 donne al giorno vengono struprate.

Ora, secondo me, possiamo capire molto degli altri analizzando quello che dicono e provando ad esplicitare quello che intendono comunicare. Sappiamo che il linguaggio non ci permette di 'leggere nella mente' degli interlocutori, il suo uso ci permette di fornire agli altri degli indizi, più o meno deterministici, sulla nostra intenzione comunicativa, ma restano parecchie inferenze da produrre.
Quindi, domanda banale: perché?

Perché così tante persone, in questa come in altre occasioni, esprimono questo tipo di messaggio?
Cosa vogliono significare questi inviti/sfide, indubbiamente provocatori, a ripetere la condotta deprecata in contesti differenti?
Come abbiamo visto, non si tratta di contesti neutrali o generici, non è neanche il classico "tornatene a casa tua a fare x": si tratta di contesti nei quali si pensa (si spera?) che quella condotta diverrebbe oggetto, eufemisticamente, di severa punizione.

Dunque qual è il senso di tutto ciò?
Cosa vogliono dire queste persone, evidentemente turbate, alle femen?

Prima inferenza: queste persone esprimono frustrazione per il fatto che
1. la condotta delle femen non sarà adeguatamente punita;
2. nel nostro paese tali condotte siano "possibili".
Non c'è tra i citati, ma qualche altro commentatore accusava "le lasciamo pure andare in piazza".

Deduzione: queste persone preferirebbero che nel nostro paese tali condotte venissero punite secondo le modalità di quegli altri paesi o addirittura che le persone passibili di mettere in atto tali condotte fossero preventivamente...limitate.

Ma sopratutto, seconda inferenza, presupposto per la prima: queste persone non sono affatto fiere del fatto che nel nostro paese questo tipo di condotte siano, più o meno, tollerate dalla legge.

Deduzione: queste persone vorrebbero nei fatti un diritto di espressione fortemente limitato e/o un diritto di espressione che concettualmente non comprende tali condotte.
Così ricomprendiamo anche la posizione dei tanti che hanno scritto che "non si fa così la lotta", "quello non è femminismo", "stanno svilendo le donne", "i diritti non si ottengono così", etc.

A questo punto, potremmo chiederci qual è il tipo di limitazioni che vorrebbero implementare, ma di certo, l'indubitabile succo è che:
1. il tema della rivendicazione è stato totalmente snobbato,
2. il modo della rivendicazione è stato giudicato talmente inappropriato da meritare vari gradi di repressione.

Tornando alla circoscrizione dei corretti metodi di rivendicazione* e conoscendo i fatti, possiamo ipotizzare che il tipo di limitazioni di cui si parla dovrebbe riguardare
1. l'oggetto della 'messa in scena', quindi le condotte blasfeme, e/o
2. la nudità e/o
3. i riferimenti sessuali.

*Uomini, bianchi, occidentali ed etero dovrebbero imporre a se stessi molto pudore nel pronunciarsi sui metodi della rivolta 'da consentire' all'individuo sottomesso, ma tant'è.. 

Mi piacerebbe pensare, nell'ottica di riconoscere una qualche fievolissima tendenza alla verità (come opposto di ipocrisia) ai miei simili, che la risposta sia nettamente la 1, ovvero che la nudità e la sessualità, considerati anche i tempi in cui viviamo, non siano ancora vissute come un 'fottuto segreto di famiglia' continuando a perseguire quell'impostazione per la quale, ufficialmente, ovvero facendo un semplice passo dalla sfera privata a quella pubblica, improvvisamente nessuno fa sesso, nessuno si masturba, nessuno guarda i porno, nessuno compra giocattoli erotici, tutti fanno all'amore solo nella posizione del missionario solo ogni tanto e si sentono pure sporchi, etc. etc. etc.

Eppure non posso pensarlo, perché tanti commentatori, prima di attaccare la "messa in scena", hanno voluto precisare di essere agnostici o di essere "non praticanti", etc. come i razzisti che iniziano le frasi con "io non sono razzista però...".

Insomma, a far sobbalzare gli italiani è stato l'insieme, il connubio: Dio e il sesso, o più banalmente, Dio e il corpo umano nudo, non devono stare nella stessa stanza. (Sorvolerò sul fragilissimo lastricato che si deve percorrere per passare dal papa alla religione fino a giungere a Dio.)
Se poi consideriamo l'onnipresente immagine di Gesù quasi totalmente nudo presente in tutti i templi cristiani, capiamo bene che il problema non è neanche genericamente il corpo, ma solo una parte di esso. Capiamo bene che razza di perverso rapporto continuiamo a intrattenere e preservare coi nostri organi genitali e con il loro utilizzo.

E qui, se avete seguito il mio ragionamento e siete arrivati dove sono arrivato io, potremmo chiederci: non è che le femen abbiano toccato il tasto giusto?

Ma, concludendo con molta compiacenza verso il prossimo, volevo aggiungere una terza inferenza possibile:
3. la presunta lotta (a prescindere dai metodi) delle femen va nella direzione sbagliata: è immotivata, quindi finta, strumentale e/o stupida.

Ho escluso considerazioni su chi siano veramente le femen, su chi le finanzi, sulla loro coerenza politica (ancora con 'sta coerenza....), sulle loro reali intenzioni e/o la loro strumentalità (qui un'interpretazione geopolitica e/o storico-politica della vicenda), perché a me non interessa l'oggetto della vicenda, mi interessa l'osservatore che, non casualmente, è un mio concittadino che con la sua osservazione, analisi, elaborazione, commento, voto, azione, habitus, esistenza non può che intervenire sulla realtà che circonda da vicino anche me.

Ecco, per integrare l'immagine generale della scomposta reazione dei miei concittadini e per fare un passo ulteriore verso quella che è la mia interpretazione della terza inferenza, cito un altro commentatore.



Dunque la "messa in scena", quando non è una "raccapricciante uscita laico-libertaria", è una "buffonata"... di sicuro non divertente. 





Di nuovo, cosa si cela dietro queste enunciazioni?
1. Il rifiuto del 'problema', del 'contenuto' della protesta. Come ho già scritto il problema non è in primo piano. Ma a questo punto mi viene da pensare che l'atto di snobbarlo non sia causato da...distrazione, ma che sia qualcosa di più: il problema, per come è stato posto, non sussiste.
Il problema 'Istituzione religiosa (nostrana) + Ingerenza politica = Ingiustizia", semplicemente non sussiste o, come scrive l'ultimo commentatore, è "banalizzante".
2. L'indebita appropriazione da parte del dominante degli strumenti del dominato. Il padrone vuole portare lo schiavo a scuola, farlo sedere composto e ben vestito e dirgli: "Bene, caro infante ignorante, ora stai qui seduto finché non impari che per dire la tua opinione devi alzare la mano, non urlare e coniugare correttamente i verbi".

Ora, non so, vedete voi. C'è molto da discutere. Io ho sviscerato le enunciazioni senza sbilanciarmi tanto sull'opportuno o il meno opportuno. Chi è vittima (o carnefice) dell'errore, questa si è una mia opinione, al punto 1, evidentemente cadrà nel punto due, esclamando probabilmente "ma quale dominante e dominato! ma quale padrone!". Ma lo sappiamo, la maggioranza delle persone tende a rifiutare l'idea, per me auto-evidente, che ogni volta che due esseri viventi si incontrano, nasca immediatamente una dinamica di potere. L'ingenuità diffusa è quella che consente alle persone di pensare di poter bypassare questa dinamica e 'risolvere' strette dinamiche sociali con pretese come "non ti devi imporre", "noi non ci limitiamo l'un l'altro", etc. Ma sto divagando.

In gioventù, quando ero rivoluzionario, pensavo sempre una banalità: il dominante non può capire.
E nella mia banalità, non intendevo dire che cognitivamente e concettualmente il dominante non può capire lo stato del dominato, intendo dire che il dominante non può pretendere di capire. Quando non capisce (accade! accade!) dovrebbe tacere, ascoltare, immedesimarsi e provare a capire. 
Ma ovviamente trattasi di un dominante di fantasia, isn't it?

Il concetto, l'invito al pudore, è stato benissimo espresso da qualcun altro, in particolare dal presidente della Corte Suprema della California, nelle motivazioni espresse in merito alla sentenza che ha dato il via ai matrimoni tra persone dello stesso sesso.

"Although the understanding of marriage as limited to a union of a man and a woman is undeniably the predominant one, if we have learned anything from the significant evolution in the prevailing societal views and official policies toward members of minority races and toward women over the past half-century, it is that even the most familiar and generally accepted of social practices and traditions often mask an unfairness and inequality that frequently is not recognized or appreciated by those not directly harmed by those practices or traditions." (Link

"[...] se c'è una cosa che abbiamo imparato dalla significativa evoluzione delle opinioni prevalenti nella società e delle norme ufficiali riguardanti le minoranze etniche e le donne nell'ultimo mezzo secolo, è che anche la più abituale e generalmente accettata delle tradizioni e delle consuetudini sociali spesso nasconde un'ingiustizia e un senso di disuguaglianza che spesso non sono riconosciute o percepite se non da coloro che ne sono direttamente danneggiati."  

Ho finito. Abbiate un po' di pudore, non solo per il vostro pene. 
Sopratutto se siete uomini, occidentali, bianchi e etero. 

Di sicuro, più che le femen, io temo loro:


Le femen possono essere fastidiose o possono essere il nulla.
Ma l'esagerazione, il gesto eclatante, il grottesco, il superamento dei limiti, tende sempre a dirci qualcosa su noi stessi.
Quello che oggi mi ha detto su di voi non mi è piaciuto per niente.

----------

(Non proprio) Post scriptum.
Mentre scrivevo il post, altri tweets che apologizzano la violenza e/o auspicano metodi repressivi scorrono per la rete. 
Questo come vi fa sentire?
Se non fibrillate, non vi sentite a disagio, se non avete voglia di dire o scrivere qualcosa... beh, fate voi.


da 


http://mypragmaticwastebasket.blogspot.it/2014/11/femen-e-quello-che-sappiamo-di-noi.html

Nessun commento:

Posta un commento