sabato 22 novembre 2014

Moro, Gladio e la “ragion di Nato”

Caso Moro. Steve Pieczenik: "Fino alla fine ho temuto che lo liberassero"-G.C.- Nei giorni scorsi aveva chiaramente chiesto di procedere contro Steve Pieczenik per "concorso nell'omicidio di Aldo Moro". Ora, come riporta anche il Fatto Quotidiano, il pg di Roma Luigi Ciampoli, delinea i motivi che l'hanno spinto a formulare la richiesta e i contorni di quella che, secondo lui, sarebbe stata una vera e propria operazione per coprire le responsabilità degli Usa nelle pagine più torbide della storia di Italia.
Necessaria una premessa: quando venne rapito Aldo Moro, inizialmente l'Italia domandò aiuto anche agli Usa. Un ausilio negato, almeno finché non cominciarono a venir recapitate missive, da parte delle Br, in cui si leggeva come i terroristi avessero intenzione di rendere pubbliche tutte le rivelazioni del loro ostaggio sulle stragi italiane e sui veri responsabili. Nello specifico, si parla del comunicato del 29 marzo del '78, con una lettera riservata in allegato: in essa Moro scrive direttamente al ministro dell'Interno Cossiga sottolineando come si trovi in una situazione grave, che potrebbe spingerlo a parlare "in maniera che potrebbe essere sgradevole o pericolosa".
A quel punto, improvvisamente, dagli Usa venne inviato il "consulente" del Viminale, il funzionario del Dipartimento di Stato Pieczenik. Il quale, secondo Ciampoli, aveva tre obiettivi ben definiti:  “Mettere le mani sui testi e sui nastri dell’interrogatorio di Moro; eliminare Moro; costringere le Br al silenzio”.
 "Il sequestro Moro era all’improvviso percepito come un pericolo serio dagli Usa”, sottolinea Ciampoli, secondo cui Pieczenik riuscì in ciascun compito, tanto più che, dopo la morte del democristiano, tutti documenti relativi agli interrogatori a cui era stato sottoposto e le sue stesse memorie sparirono inspiegabilmente. Le Br raccontarono di averle distrutte, oppure, come nel caso di Moretti, interpellati dagli inquirenti e dai giudici, si rifiutarono di rispondere sul punto.
E qui ci si collega al terzo compito: costringere al silenzio i terroristi. A partire dal 15 aprile ’78, le minacce di pubblicare le scottanti rivelazioni andarono a scemare. Niente venne rivelato e, di fatto, la missione poteva dirsi conclusa. Ma sul come si sia riusciti a silenziare le Br, il pg non ha risposte: "Possono formularsi soltanto delle ipotesi che non trovano riscontri che le porti fuori dalle secche delle mere supposizioni di un ruolo della Nato, o di qualche non meglio precisato apparato di sicurezza, o della malavita o di tutti quanti insieme”.
Altro punto su cui Ciampoli si è interrogato è la quantomeno curiosa coincidenza che portò, il giorno del rapimento, a trovare in via Fani sia il colonnello Camillo Guglielmi, capo ufficio sicurezza del Sismi legato a Gianadelio Maletti, (l’alto ufficiale condannato per favoreggiamento dei neofascisti accusati della strage di Piazza Fontana), sia Bruno Barbaro, "cognato del colonnello Fernando Pastore Stocchi, dirigente della base di Capo Marrargiu e collaboratore del generale Vito Miceli”. Curioso, altresì, notare come proprio a Capo Marragiu, in Sardegna, si trovasse la base di addestramento della struttura stay-behind Gladio e come, tra il '72 e il '73, vi avesse lavorato proprio Guglielmi, su richiesta di Maletti. 
Il pg mette però in guardia: non si addossi ogni responsabilità ad un ente astratto, come Gladio. Si consideri, infatti, che dietro essa si nascondeva tutta "una serie di strutture segrete miliari e civili, infiltrate dagli ex salotini e legate a doppio filo ai servizi segreti dei Paesi occidentali (…) dal «Noto Servizio» al «Sid parallelo», dalla «Rosa dei Venti» ai «Nuclei di Difesa dello Stato», che agirono ben oltre i confini dell’anticomunismo democratico”.

http://www.articolotre.com/2014/11/moro-gladio-e-la-ragion-di-nato/

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