domenica 23 novembre 2014

Macromonitor 


Nuovi massimi storici assoluti per l’azionario Usa, dollaro in ascesa contro yen ma pressoché invariato contro euro ed in lieve arretramento verso le valute emergenti.
A sorpresa, più propriamente come uno shock, il Giappone nel terzo trimestre è entrato in recessione, sconvolgendo le attese per una ripresa dell’espansione, e ciò è destinato a pesare sulla crescita globale nel terzo trimestre, sommandosi ad ulteriori evidenze quali l’indebolimento degli indici dei direttori acquisti in Cina ed Eurozona. All’ennesima manifestazione di debolezza dell’economia reale rispondono, nuovamente, le banche centrali, con il discorso di Mario Draghi di venerdì, in cui è stata ribadita la disponibilità ad azioni aggiuntive, utilizzando la frase “faremo ciò che dobbiamo per alzare l’inflazione e le aspettative d’inflazione il più rapidamente possibile”, e la riduzione dei tassi ufficiali su impieghi e depositi da parte della Cina, per allentare l’onere del servizio del debito sulle imprese. Il rischio di deflazione persiste nell’economia globale, e sembra estendersi anche ad aree che ne parevano immuni, come gli Stati Uniti, a causa della forza del dollaro e dell’ormai evidente ridimensionamento delle aspettative inflazionistiche. Allo stesso modo in cui paesi che combattono il rischio inflazione vedono di solito un rafforzamento delle proprie monete, il contrasto al rischio deflazionistico induce deprezzamento valutario nei paesi coinvolti.
Sul mercato dei titoli di stato, il discorso di Draghi del 21 novembre è da considerare molto significativo per due motivi. In primo luogo, il presidente della Bce ha trasmesso un evidente senso di urgenza relativamente alla necessità di agire per stimolare la crescita e riportare l’inflazione e le sue aspettative entro gli obiettivi. In secondo luogo, Draghi pare aver respinto le argomentazioni sulla inefficacia del QE in Eurozona, citando la tesi “classica” del ribilanciamento di portafoglio indotto dalle azioni di QE. Questa netta presa di posizione dovrebbe servire a confermare la preferenza degli investitori per la periferia dell’Eurozona.
Sui mercati azionari, alcune case d’investimento segnalano, a differenza del recente passato, l’Eurozona non appare più costosa, in termini di multipli e progressione degli utili per azione. La regione è considerata più attraente anche per effetto del deprezzamento del cambio e dell’allentamento della posizione fiscale, mentre si il consenso ritiene che il credito sia prossimo alla ripresa.
Sui mercati delle obbligazioni societarie, la settimana ha visto un allargamento degli spread, soprattutto sugli High Yield statunitensi, che potrebbe essere la conferma di una fase di alleggerimento della componente dai portafogli, oltre che di un patterntipico della fase di maturità del ciclo economico, in cui la qualità del credito degli emittenti inizia a deteriorarsi, in parallelo all’espansione del loro grado di leva finanziaria (che tuttavia al momento appare ancora contenuta). Anche la migliore performancerelativa dell’azionario rispetto alle obbligazioni societarie appare coerente con l’avanzare della maturità del ciclo economico. Ma l’allargamento degli spread sul comparto High Yield ha anche una determinante specifica nei timori di un aumento del tasso di default nel settore dell’energia, in conseguenza della caduta dei prezzi del greggio.
Sul mercato dei cambi, il dollaro ha chiuso la settimana a ridosso di nuovi massimi su base ponderata per i flussi commerciali, ma con ampie divergenze rispetto a singole valute. Il biglietto verde si è infatti indebolito contro la maggior parte delle divise di paesi produttori di materie prime, segnatamente rublo e real brasiliano (ma anche dollaro canadese), a seguito della decisione cinese di tagliare i tassi d’interesse, che viene vista come stimolo alla domanda di materie prime. Questa lettura potrebbe mostrarsi fallace, tuttavia, vista la persistente pressione ribassista, su base fondamentale, sui prezzi del greggio. L’euro ha toccato i minimi degli ultimi due anni dopo le parole di Draghi. Anche se tra gli osservatori prevale scetticismo circa la possibilità che si giunga realmente all’acquisto di debito sovrano in Eurozona, occorre essere consapevoli che questa non è l’unica via per ottenere un euro più debole, visto che anche tassi a breve sul dollaro in ascesa produrrebbero un effetto simile. Lo yen resta atteso a nuova debolezza, in conseguenza della riallocazione di portafoglio del fondo pensione giapponese e dell’espansione del bilancio della Bank of Japan, che rappresentano altrettanti incentivi al deflusso di capitali.
Sul mercato delle materie prime, cresce l’attesa per la riunione Opec del 27 novembre, che potrebbe vedere la decisione di un taglio alla produzione, a sostegno dei prezzi. Al momento gli analisti appaiono pressoché esattamente divisi a metà, nelle loro previsioni, ma bisogna anche considerare che non serve una riunione formale per decidere azioni sulle quote di produzione di greggio. L’esito potrebbe quindi essere l’inazione, conseguenza di ampi e profondi disaccordi tra produttori sulla strategia da adottare, e ciò determinerebbe una ripresa del trend ribassista. L’oro è oggi in calo di circa il 10% dalla fine del primo semestre, a seguito dei timori di deflazione e del rafforzamento del dollaro. Segni di risveglio della domanda in India si affiancano a debolezza cinese.

http://phastidio.net/2014/11/23/macromonitor-23112014/

Nessun commento:

Posta un commento