domenica 30 novembre 2014

L’aborto non è un evento comune

aborto-Sergio Calzone- Molti di coloro che discettano più o meno dottamente sull’aborto ragionano (se davvero possiamo usare questo termine) per categorieestremamente generiche. Ciò, è bene dirlo subito, capita sia tra i sostenitori della sua liceità, sia sui censori variamente severi.
“Le donne che abortiscono” è una categoria, non un caso specifico: coloro che, non ammettendolo per sé o per le proprie compagne, vorrebbero impedire di praticarlo anche alle altre donne (e qui non si capisce dove finisca la “missione” moralizzatrice, e dove inizila vocazione totalitaria); costoro, dunque, ritraggono l’aborto come una pratica chele radical-chic (che si distinguono a vista perché leggono l’”Internazionale”, graveindizio di colpevolezza a priori, questo) affrontano a cuor leggero e sorriso impavido, come potrebbero affrontare un’iniezione di botulino alle labbra, o come il gesto di infilare (o sfilare) il preservativo al proprio partner.
Non so se si tratti più di ignoranza o di mala fede. È ben vero che potrebbe anche trattarsi delle due cose insieme.
Perché? Forse perché, all’interno di una categoria, non si possono distinguere i casi singoli e, quindi, è molto più facile demonizzare: non a caso, si usa l’espressione “sparare nel mucchio”.
Un aborto è sempre, per qualunque donna, un momento traumatico (anche per chi legge l’”Internazionale”). Se qualche giornalista straniera, improvvisatasi scrittrice (chiunque oggi può dirsi scrittore), pubblica in un libro frasi sciocche e superficiali, non essendo magari mai passata per quell’esperienza, non è affatto un buon motivo perché la canaglia si scateni in una caccia all’abortista. Non si è abortiste: ci si sottopone a un aborto per motivi che sono diversi per ogni donna e che i moralizzatori da strapazzo non immaginano neppure, perché neppureprovano a immaginare: sparano nel mucchio, appunto.
Portare nel ventre non il frutto ma il risultato di uno stupro; aver fatto all’amore a quindici anni con un ragazzo incontrato in un’altra città e che non si saprebbe più ritrovare; essere sole, disoccupate, sfrattate, con cinque altri figli a carico; cento altri drammi si nascondono dietro quella che, certo, è una sconfitta, certo è una violenza su se stesse e su un feto che non può esprimersi. Certo.
Ma questi sepolcri imbiancati che dimenticano, nel loro furore iconoclasta, persinole parole di Cristo (“preferisco la misericordia al sacrificio, perché io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” Matteo, 9,13), questi sepolcri imbiancati sono mai stati stuprati? Sono mai stati madri a quindici anni? Sono mai stati disperati di fronte a cinque bambini a cui non si possono comprare nemmeno le medicine?
Vergogna! Vergogna! Si strofina a lucido il proprio ego con l’intransigenza di un Caifa, e non si porge la mano a chi è senza altra risorsa che mutilare se stessa e la propria umanità più profonda! Davanti a questi censori dalla mascella volitiva, la Maddalena sarebbe rimasta una puttana e l’adultera sarebbe stata lapidata.
Una donna che abbia abortito porta per sempre una doppia cicatrice: unasull’utero e un’altra nella sua intima essenza di donna. Una donna che abbia abortito ha bisogno di calore umano, di vicinanza, di una forza che si sommi alla sua. E da questi farisei che cosa riceve? Condanna, disprezzo, senso di colpa.
Abbiamo tanto timore dell’integralismo religioso dell’IS: lo abbiamo in casa, l’integralismo religioso! Non decapita ostaggi ma può infliggere ferite che non durano l’attimo di una morte, ma che possono dolere per l’intera esistenza.
«Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati!» (Matteo, 6,37).

http://www.articolotre.com/2014/11/laborto-non-e-un-evento-comune/

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