sabato 22 novembre 2014

L’aborto è un evento comune, normale?

Copertina Internazionale-Marco Margrita"Internazionale" è il settimanale che serve per autocertificare, quando fa capolino nella fascetta o dalla borsa, il proprio essere intelligenti e progressivi (e ça va sans dire, per tanti tra quanti ne fanno uno status symbol, i due termini sono inscindibili: il secondo implicante il primo).
 Il periodico della gente che sa stare al mondo, ovviamente dalla parte del rappresentato anticonformismo (cosmopolita, come potrebbe essere altrimenti!), questa settimana mette in copertina la "libertà di abortire". Lo fa "urlando" le parole dellascrittrice femminista Katha Pollitt:"Interrompere una gravidanza dovrebbe essere considerato un evento comune, perfino normale, nella vita riproduttiva di una donna. Proprio come avere un figlio".
Che importa se tante delle donne che hanno abortito, tutta questa normalità proprio non la vedono!
E certo, se non si vuol di botto essere bollati come oscurantisti, non è il caso di sentire insopportabilmente freddo e tecnico quel "vita riproduttiva".
Sia permesso, dovendo proprio buttarsi a sinistra, scegliere altri pensatori. Norberto Bobbio, in primis, cui la questione non pareva proprio così "normale". Chiarendo che come non parlasse volentieri del tema dell'aborto, in un'intervista al Corsera dell'81, spiegava che "è un problema molto difficile, è il classico problema nel quale ci si trova di fronte a un conflitto di diritti e di doveri. Innanzitutto il diritto fondamentale del concepito, quel diritto di nascita sul quale, secondo me, non si può transigere.
 È lo stesso diritto in nome del quale sono contrario alla pena di morte. Si può parlare di depenalizzazione dell’aborto, ma non si può essere moralmente indifferenti di fronte all’aborto (…) è una triste realtà, non si può negarla. Il fatto che l’aborto sia diffuso, è un argomento debolissimo dal punto di vista giuridico e morale. E mi stupisce che venga addotto con tanta frequenza. Gli uomini sono come sono: ma la morale e il diritto esistono per questo".
Nel 2008, ancora sul quotidiano di via Solferino, Claudio Magris in un editoriale richiamava quell'intervista, indirizzando anche ad "alcune interessantissime e innovatrici riflessioni di intellettuali e scrittrici femministe — ad esempio Alessandra Di Pietro, Paola Tavella, Anna Bravo o Maria Carminati — le quali, senza rinnegare alcuna loro battaglia, affrontano in modo libero e originale i valori della maternità e della vita". Facendo proprie le considerazione del filosofo torinese, ancora scriveva che "anche in merito a ciò che spetta al dibattito pubblico e a ciò che spetta al Parlamento, la chiarezza di un Bobbio, con la sua straordinaria arte di distinguere le cose e gli ambiti, sarebbe preziosa ma non è forse gradita. Oppure non si ricordano quelle parole di Bobbio in difesa del concepito perché dà fastidio che sia stato un non-praticante, estraneo o quanto meno esterno alla Chiesa cattolica, a pronunciarle?".
Tra le voci difficilmente etichettabili come clericali, come dimenticare lo "scritto corsaro" di Pier Paolo Pasolini, ancora una volta sul "Corriere della Sera" (19 gennaio 1975). Tocca riportarne, scuseranno i lettori, un ampio passo. Scrive il poeta: "Sono però traumatizzato dalla legalizzazione dell'aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell'omicidio. Nei sogni, e nel comportamento quotidiano – cosa comune a tutti gl'uomini – io vivo la mia vita prenatale, la mia felice immersione nelle acque materne: so che là io ero esistente.
Mi limito a dir questo, perché, a proposito dell'aborto, ho cose più urgenti da dire. Che la vita è sacra è ovvio: è un principio più forte ancora che ogni principio della democrazia, ed è inutile ripeterlo.
La prima cosa che vorrei invece dire è questa: a proposito dell'aborto, è il primo, e l'unico, caso in cui i radicali e tutti gl'abortisti democratici più puri e rigorosi, si appellano alla Realpolitik e quindi ricorrono alla prevaricazione "cinica" dei dati di fatto e del buon senso. Se essi si sono posti sempre, anzitutto, e magari idealmente (com'è giusto), il problema di quali siano i "principi reali" da difendere, questa volta non l'hanno fatto.
Ora, come essi sanno bene, non c'è un solo caso in cui i "principi reali" coincidano con quelli che la maggioranza considera propri diritti. Nel contesto democratico, si lotta, certo per la maggioranza, ossia per l'intero consorzio civile, ma si trova che la maggioranza, nella sua santità, ha sempre torto: perché il suo conformismo è sempre, per propria natura, brutalmente repressivo. Perché io considero non "reali" i principi su cui i radicali ed in genere i progressisti (conformisticamente) fondano la loro lotta per la legalizzazione dell'aborto?
Per una serie caotica, tumultuosa e emozionante di ragioni. Io so intanto, come ho detto, che la maggioranza è già tutta, potenzialmente, per la legalizzazione dell'aborto (anche se magari nel caso di un nuovo referendum molti voterebbero contro, e la "vittoria" radicale sarebbe meno clamorosa).
L'aborto legalizzato è infatti – su questo non c'è dubbio – una enorme comodità per la maggioranza".
Non proprio, ecco, una faccenda normale. Tantomeno un evento comune, piuttosto un dramma. Una "questione densa" che solo un progressismo smarrito, ormai organicamente "agganciato" al nichilismo consumista e al radicalismo borghese, il tutto in una prospettiva individualista ed egoista, può derubricare a passaggio qualsiasi. Magari "privatizzandolo" con la RU 486.

http://www.articolotre.com/2014/11/laborto-e-un-evento-comune-normale/

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