mercoledì 12 novembre 2014

La guerriglia va al museo

Mostre. «Disobedient object», la messa in scena dello scontro sociale al Victoria & Albert Museum
Carrie Reichardt
Il  V&A Museum, in cre­scita impe­tuosa nell’ultimo decen­nio sotto la dire­zione di Moira Gem­mil, ha saputo imboc­care una strada di rin­no­va­mento che gli ha defi­ni­ti­va­mente tolto l’aura di museo del «nuovo-vecchio». Mostre come Diso­be­dient object (in corso fino al 1 feb­braio 2015) sem­brano rian­no­dare il rap­porto ope­ra­tivo con la con­tem­po­ra­neità, che è stato il motore ori­gi­nale della fon­da­zione del museo.
Il por­tale del V&A Museum ci acco­glie con due pat­ch­work cera­mici col­lo­cati sopra le iscri­zioni ai lati dell’ingresso. A colpo d’occhio, la ridon­danza della tec­nica si asso­cia con fami­lia­rità all’architettura eclet­tica della fac­ciata ma, pas­san­do­gli accanto, ci si accorge che i fram­menti di cera­mica con­ten­gono foto­gra­fie di poli­ziotti che pic­chiano, di mani­fe­stanti «buoni» e di mani­fe­stanti arrab­biati e così via.
Lo scudo di un mani­fe­stante (un book bloc shield) cam­peg­gia al cen­tro del pan­nello, come uno stemma coro­nato da raggi di man­ga­nelli e tele­ca­mere. C’è anche un motto e una cita­zione: History is a wea­pon (nothing is ine­vi­ta­ble / eve­ry­thing is pos­si­ble; e sul pan­nello oppo­sto: «Power to the peo­ple (art is not a mir­ror that reflect the world/rather it is a ham­mer with which to shape it).
Sono i due mosaici di Car­rie Rei­chardt che annun­ciano la mostra Diso­be­dient object; un ten­ta­tivo inte­res­sante, corag­gioso e gra­vido di con­trad­di­zioni di inda­gare l’universo degli oggetti, e delle forme, che accom­pa­gna quella parte di mondo che va sotto il nome di «disob­be­dienza» e attra­versa sia le stra­ti­fi­ca­zioni sociali sia i sin­goli indi­vi­dui.
All’interno, alle­stita in una grande sala dove l’interferenza tra le cose è la regola, si inter­se­cano le quat­tro sezioni: Direct Action, Spea­king Out, Making Worlds Soli­da­rity. Una sezione finale, A Mul­ti­tude of Strug­gles, pro­pone alcuni casi di stu­dio. Il periodo inda­gato è prin­ci­pal­mente l’ultimo ven­ten­nio con incur­sioni fino agli anni Ses­santa del secolo scorso.
Un pub­blico di ogni età, ma con una pre­senza domi­nante di gio­vani e gio­va­nis­simi, attento e assorto come non si vede in una mostra su Tiziano, guarda come si rea­lizza una maschera anti­gas con una bot­ti­glia di Pet, un fil­mato sull’occupazione delle ban­che spa­gnole durante la crisi dei mutui, un’evasione di massa da un cen­tro di deten­zione per immi­grati. Il pub­blico, gli oggetti espo­sti, i dise­gni e i mec­ca­ni­smi deli­neano un insieme dotato di una certa coe­renza. Ragazze gio­va­nis­sime, ado­le­scenti di primo pelo, ma anche anziani com­ple­ta­mente cur­vati, sem­brano essere parte indis­so­lu­bile di uno scon­tro vio­lento che attra­versa le coscienze prima ancora che le piazze. Non è la forza fisica a fare da col­lante tra que­sta uma­nità e il mate­riale espo­sto, ma qual­che altra cosa che ha a che fare con i con­te­nuti, l’orizzonte del sen­ti­mento, il senso della giu­sti­zia, l’idea di un altro mondo pos­si­bile. L’impressione è che il pub­blico, che sarebbe meglio defi­nire «par­te­ci­pante», nella rela­zione con il mate­riale espo­sto non stia svol­gendo un’attività con­tem­pla­tiva, o mera­mente infor­ma­tiva, ma stia inda­gando su se stesso e sul signi­fi­cato delle pro­pria posi­zione nel mondo.
Gli oggetti che pro­ven­gono dall’universo del non con­forme, tanto grande quanto poco visi­bile, scom­pa­iono rapi­da­mente e soprav­vi­vono solo quelli che il mer­cato, con la sua potenza irre­si­sti­bile, incor­pora nel suo mec­ca­ni­smo. I mura­les miliar­dari, per citare solo il caso più noto.
Qui abbiamo la pos­si­bi­lità di toc­care con mano la fla­granza di eventi e fatti che si pro­du­cono quo­ti­dia­na­mente senza uno scopo mer­can­tile, ma per motivi fun­zio­nali alla defi­ni­zione di un con­te­sto cul­tu­rale. Oggetti che sono parte inte­grante di forme cul­tu­rali in for­ma­zione; in antro­po­lo­gia pro­ba­bil­mente sareb­bero defi­niti «indu­stria».
In que­sto senso è una delle rare volte in cui la massa di docu­men­ta­zione video, pro­iet­tata o tra­smessa su moni­tor che lavo­rano in con­ti­nua­zione e in simul­ta­nea, non è un orpello dovuto ma tra­scu­ra­bile. I video costrui­scono il fondo sonoro e visivo di una mostra che non vuole, e non deve, essere una sem­plice ras­se­gna di oggetti.
La rela­zione tra forma e con­te­sto è uno dei pro­blemi chiave dell’istituzione museale, pro­blema il più delle volte risolto a favore della forma. Si vedono buoni, e meno buoni, esempi di alle­sti­menti mul­ti­me­diali che ten­tano di rior­di­nare i fili del con­te­sto, ma spesso l’esito è didat­tico e pas­sivo, come quando sfo­gliamo distrat­ta­mente una bella rivi­sta illu­strata. Nel caso di que­sta mostra la presa sulla con­tem­po­ra­neità è soste­nuta dalla dimen­sione col­let­tiva della pro­du­zione che sot­trae, non sap­piamo ancora per quanto, gli oggetti al loro destino di opere. Que­sto per­mette di guar­darli come una parte di un evento dove ci siamo anche noi.
Gli oggetti espo­sti non solo deli­neano un mondo che, simul­ta­nea­mente, si oppone, si sovrap­pone ed è tan­gente a quello delle forme codi­fi­cato, ma ini­ziano anche a sfug­gire a se stessi. Non sono solo la rap­pre­sen­ta­zione e lo stru­mento della disob­be­dienza, ma sono essi stessi disob­be­dienti al loro scopo ori­gi­nale e tro­vano nuove signi­fi­ca­zioni con un pro­ce­di­mento che, in altre epo­che e con­te­sti, ani­mava la rea­liz­za­zione del Merz­bau di Kurt Sch­wit­ters o le armi di Pino Pascali.
Si apre, su que­sto ver­sante, una impor­tante rela­zione con la forma che, irri­du­ci­bile al solo scopo fun­zio­nale, rian­noda in con­ti­nua­zione i mille fili della moder­nità che spesso pro­prio le isti­tu­zioni museali hanno con­tri­buito a bana­liz­zare in una ver­sione, al fondo, di stampo con­tem­pla­tivo.
Quasi in oppo­si­zione a que­sto, e negli stessi giorni, si svolge una bella e ricca mostra sull’opera di Male­vich alla Tate Modern dove, tra l’altro, è ripro­po­sto l’allestimento dell’Ultima mostra futu­ri­sta 0.10 del 1915 a Pie­tro­grado; ma, nono­stante le opere ori­gi­nali, que­sto alle­sti­mento perde il con­fronto con l’unica foto­gra­fia che cono­sciamo dell’evento. La bianca sala del museo, l’illuminazione per­fetta, il biglietto esoso e, soprat­tutto, la man­canza della seg­giola del custode pre­sente nella foto, ste­ri­liz­zano defi­ni­ti­va­mente l’evento.
A mar­gine va notato che, anche se la ras­se­gna Diso­be­dient object è ani­mata da una volontà docu­men­ta­ria molto attenta ai con­te­nuti, emer­gono in con­ti­nua­zione deter­mi­na­zioni sti­li­sti­che for­te­mente rico­no­sci­bili. Ogni oggetto, e ogni mani­po­la­zione di oggetto, ci dice che la forma este­riore non è mai un pro­dotto esclu­si­va­mente fun­zio­nale ma vi si incor­pora sem­pre la sua fun­zione comu­ni­ca­tiva. Le tute bian­che che tagliano le reti dei Ctp, i pupazzi Maya/cubisti a Can­cun, i cubi gon­fia­bili che roto­lano tra poli­zia e mani­fe­stanti a Bar­cel­lona, fino alle felpe nere dei Black Bloc.
Lo scon­tro con le isti­tu­zioni non è solo guer­ri­glia, ma una vera messa in scena dove forme, abiti, tec­ni­che di movi­mento, suoni, colori rap­pre­sen­tano il con­flitto. Il luogo dello scon­tro, come nella scena urbana sei­cen­te­sca, è il pal­co­sce­nico in cui tutti sono attori e spettatori.

http://ilmanifesto.info/la-guerriglia-va-al-museo/

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