domenica 23 novembre 2014

Il bus che va a... cacca. Ovvero biocarburante verde dalla toilette

Messo a punto nel Regno Unito un biometano ricavato da residui di fogna e scarti alimentari. Viene utilizzato come carburante per gli autobus e come gas domestico. Ma... la puzza?

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L'autobus che va a... a cacca nella sua livrea autoesplicativa.

Inquina poco, consuma poco e, a detta di chi ci è salito, non puzza neanche un po’: stiamo parlando del nuovo autobus a biometano che collega la cittadina inglese di Bath con l’aeroporto di Bristol.

E la considerazione olfattiva non è affatto di poco conto visto che il gas utilizzato dal mezzo è ottenuto da residui organici di origine umana (sì, insomma… le feci recuperate dalle fogne), scarti di cibo e altre sostanze di rifiuto dell’industria alimentare.

BATTERI BUONI. Questo disgustoso miscuglio viene trasformato in metano e CO2 all’interno di speciali vasche di fermentazione, grazie alla collaborazione di batteri anaerobici. Al termine del processo la CO2 viene eliminata e si aggiunge del gas propano. Un ultimo passaggio tra potenti filtri elimina le impurità e di consguenza (e per fortuna) anche la puzza.

L'autobus a biometano di fogna




GENeco, l’azienda che porta avanti il progetto, produce ogni anno oltre 17 milioni di metri cubi di biometano, sufficienti a soddisfare le esigenze energetiche di oltre 8.000 abitazioni. E da qualche giorno il biogas di GENeco viene pompato anche nella rete di distribuzione domestica. Quindi, con buona pace dei più schizzinosi, viene utilizzato anche per cucinare.

QUANTA NE FAI? Secondo i calcoli dei ricercatori ogni anno ciascuno di noi produce scarti organici e avanzi di cibo sufficienti per far percorrere a un autobus circa 30 km: ciò significa che una famiglia di 5 persone può contribuire, in media, a un pieno del mezzo. Non poco!

Scusi, dov'è il bagno?


 L'occasione per parlare di toilette, argomento sempre un po' imbarazzante per i più, è il World Toilet Summit che si svolge ogni anno ed è arrivato alla sua quarta edizione. Quest'anno l'appuntamento mondiale del bagno si svolge in Cina, paese che si è distinto in passato per la scarsa attenzione per questa che è considerata una delle più importanti conquiste dell'umanità. Fino a poco tempo fa i bagni pubblici cinesi erano edifici comunali senza confort, con una serie di buchi nel pavimento, e poche abitazioni private avevano il gabinetto. Ma le Olimpiadi del 2008, che si svolgeranno in Cina appunto, si avvicinano e si cerca di mettersi al passo… con i gabinetti.
Ecco dunque come si presenta un bagno pubblico a Pechino: dotato addirittura di televisore al plasma per intrattenere "i bisognosi".
 A Parigi a fare bagni si sono messi anche giovani designer emergenti che si sono sfidati nell'obiettivo di rendere più confortevoli i bagni sudici e maleodoranti che di solito ritrovano nei locali pubblici. Questo è quello che è stato installato all'interno del Cafe du Tresor a Parigi: vi sono state inserite vasche dove sguazzano indisturbati dei pesci rossi. Tutto ciò ha contribuito a trasformare un anonimo locale in uno dei posti più trendy della città dove adesso per andare al bagno bisogna proprio fare la fila.
 Chi scala le montagne cerca un contatto profondo con la natura. Niente di meglio dunque che fare i propri bisogni buttando l'occhio a uno splendido panorama e a un tramonto mozzafiato. Meglio ancora se in compagnia, come i due alpinisti della foto che condividono la pace dopo le fatiche della scalata di fronte al Grand Teton National Park in Wyoming (U.S.A.).
 In Cina, come si diceva, ci si sta adeguando agli standard internazionali in materia di bagni e water. La sola città di Pechino ha investito 4,83 milioni di dollari tra il 1987 e il 2000 per trasformare i bagni in luoghi di intrattenimento e di svago! Questo accogliente bagno pubblico in un parco della città ha la forma di una coccinella: cosa non si fa per rendere accattivante un luogo per definizione da esporre con misura. In inglese, si definisce infatti anche "hiding hall", stanza da nascondere …
 In India, invece, il bagno e i suoi suppellettili sono stati messi bene in mostra. A New Delhi è stato infatti allestito addirittura un museo della toilette dove sono raccolte fotografie, antiche tazze da bagno e altre curiosità. In India la questione dell'igiene è un vero problema sociale: esiste una casta, quella degli Balmikis (detti anche spazzini), i cui appartenenti sono addetti a passare di casa in casa al mattino per raccogliere, con scopino e paletta, gli escrementi del giorno prima. Il museo è stato voluto per sensibilizzare l'opinione pubblica dalla Sulabh International Social Service Organization che dal 1970 ha anche contribuito a costruire più di un milione di bagni privati e a ridare dignità a 60.000 Balmikis.
 Chi va in guerra dimentica presto comodità e confort vari. Lo sa bene questo soldato impegnato nella guerra in Iraq, per esempio. In pieno deserto, poco a sud della città di Najaf, è alla ricerca di un posto tranquillo dove fare i suoi bisogni. Tazza del bagno, in spalla…
È stata la cultura cristiana a rendere tabù la produzioni di escrementi: a Roma, al contrario, le latrine erano grandi stanze con numerosi sedili in cui si recavano contemporaneamente uomini e donne.

 Quando si dice bagno mobile: in Cambogia si fa la pipì nell'autobus, con il benestare delle autorità. Tutto ciò fa parte dello sforzo del governo di Phnom Penh, capitale della Cambogia, di ripulire la città dove gli abitanti - più di un milione di persone - è sempre stata abituata a usare marciapiedi e parchi pubblici come bagni personali. Quello della foto è uno dei due "bagni-bus" che rappresentano i primi bagni pubblici in tutto il Paese.

 ... Poco, si potrebbe rispondere...
Chi va a Las Vegas (U.S.A.) per giocare, ha in testa un solo pensiero: soldi, soldi, soldi. Così in un negozio della città è in vendita un bizzarro copri-water con banconote da un dollaro sul coperchio e monete sul sedile. Per non dimenticare mai il motivo per cui si è lì!

«Il biometano di origine umana può soddisfare il 10% delle necessità energetiche complessive del Regno Unito», ha spiegato alla stampa Charlotte Morton, manager della Anaerobic Resources and Biodigestion Association. «L’autobus dimostra che anche quello che c’è nelle nostre fogne e nelle nostre pattumiere può trasformarsi in una risorsa importante per l’ambiente e per il portfogli».

 Di energia pulita se ne parla e se ne scrive un po’ dappertutto. Di quella sporca, molto meno: eppure, tra dighe, raffinerie a cielo aperto e perforazioni finite male, la fame di energia dell'uomo ha creato spesso danni ambientali irreparabili. E nemmeno i biocarburanti sono così "bio" come possono sembrare.
In questa fotogallery vi presentiamo alcuni tra i progetti energetici meno eco sostenibili mai realizzati e i disastri che hanno causato. Attenzione: si tratta di immagini ad alto contenuto... inquinante.

 39 miliardi di metri cubi di acqua, 185 metri di altezza, 2309 di lunghezza: sono i numeri che descrivono la Diga delle Tre Gole, in cinese ????, l’enorme diga sul fiume Yangtze nella provincia del Hubei, in Cina. Terminata nel 2009, la diga alimenta una centrale idroelettrica dotata di 26 turbine Francis con una potenza complessiva di 18,2 GW. 
Secondo le autorità cinesi l’impianto produrrà 84,7 TWh di energia, pari al 3% dell’intero fabbisogno cinese ed eviterà l’emissione nell’atmosfera di oltre 50 milioni di tonnellate di CO2 (oggi quasi l’85% dell’energia elettrica cinese viene prodotta dal carbone). 
La realizzazione di questo ciclopico impianto ha però avuto conseguenze pesantissime per l’ambiente: la creazione del bacino ha comportato l’allagamento di oltre 1300 siti archeologici e 116 insediamenti urbani. 1,4 milioni di persone sono state spostate e secondo le autorità cinesi almeno altri 4 milioni dovranno traslocare entro il 2023. 
Non solo: la distruzione degli habitat naturali, l’inquinamento delle acque e il traffico navale comporteranno la distruzione di numerose specie animali e vegetali. La prima vittima di questo processo distruttivo è stato il lipote, un delfino d'acqua dolce che popolava le acque del fiume Yangtze, dichiarato estinto nel 2006. 

 Le sabbie bituminose sono una combinazione di argilla, sabbia, bitume e acqua dal valore economico inestimabile: da questo agglomerato è infatti possibile ricavare, con complessi processi industriali, petrolio greggio. Peccato che il processo estrattivo sia tra i più inquinanti e meno efficienti al mondo: ogni barile di oro nero estratto dalla sabbia richiede dai 3 ai 5 barili di acqua, comporta consumi energetici ed emissioni tre volte maggiori rispetto ai metodi estrattivi tradizionali e lascia come sottoprodotti sostanze altamente inquinanti come biossido di zolfo, acido solfidrico, ossido di azoto e metalli tossici. 
Secondo Greenpeace lo sfruttamento di questi giacimenti in Canada è il più grande progetto industriale al mondo, con un’estensione pari a quella dell’Inghilterra. Si stima che i giacimenti di sabbie bituminose equivalgano ai 2/3 delle riserve mondiali di petrolio.Uno studio pubblicato pochi mesi fa dall’Università dell’Alberta imputa allo sfruttamento delle sabbie bituminose il ritrovamento di migliaia di pesci morti (di cui molti affetti da gravi deformità) nelle acque del fiume Athabasca. 
Nella foto: un impianto canadese che tratta sabbie bituminose scarica in un bacino idrico le sostanze tossiche di scarto.

 Sidoarjo, isola di Java (Indonesia). Il 28 maggio del 2006 qualcosa va storto durante una trivellazione della PT Lapindo Brantas, una compagnia petrolifera indonesiana che sta cercando gas naturale. Quando le trivelle raggiungono i 2700 metri di profondità dal pozzo iniziano a uscire acqua, terra, vapore e piccole quantità di gas. Nei giorni successivi altre eruzioni simili iniziano un po’ ovunque nella zona: da allora non si sono mai fermate e secondo le stime degli scienziati eruttano ogni giorno 30.000 metri cubi di acqua e fango: il contenuto di 12 piscine olimpioniche. Secondo gli scienziati l’eruzione potrebbe andare avanti per i prossimi 30 anni. Nell’incidente, considerato uno dei più grandi disastri industriali della storia, 14 persone hanno perso la vita e 30.000 sono state evacuate dagli 11 villaggi sepolti dal fango. 
Al momento, mentre i dirigenti dell’azienda si difendono nei tribunali attribuendo l’evento a un terremoto, gli abitanti della zona costruiscono dighe e barriere per contenere l’enorme massa di acqua a terra. 
I costi per la rimozione del fango sono stati stimati in un miliardo di dollari e sono in molti a temere che la Lapinto Brantas possa fallire prima che i giudici la costringano a pagare.

 L’Africa, per l’ennesima volta, sta diventando terra di conquista per le aziende occidentali. I nuovi colonialisti sono i produttori di biocarburanti (per sapere cosa sono clicca qui), che in Africa possono trovare vaste distese di terra a costi bassi o nulli e abbondante manodopera a buon mercato. 
I governi di Tanzania, Ghana, Malawi, Namibia e molti altri stanno concedendo gratuitamente l’utilizzo di migliaia di ettari di terra ad aziende europee e americane in cambio di investimenti che possano portare strade, scuole, ospedali e cibo in una delle regioni più povere del mondo. Il solo Mozambico ha reso disponibili 11 milioni di ettari per la produzione di olio di palma e canna da zucchero da trasformare in carburante ecologico. 
Ma le conseguenze di questo eco business sono drammatiche: secondo Il Ghana Environmental Protection Agency, solo nel Ghana 2600 ettari di bosco sono stati tagliati per far posto alle nuove coltivazioni, soprattutto canna da zucchero, che oltretutto necessita di moltissima acqua. 
Non solo: "L'espansione dei biocarburanti che sta trasformando le foreste e la vegetazione naturale in colture energetiche sottrae terreno agricolo alle coltivazioni per uso alimentare, oltre a aumentare i conflitti con le popolazioni locali sulla proprietà terra", dichiara Mariann Bassey, di Friends of the Earth della Nigeria. 
Ma secondo i sostenitori dei biocarburanti proprio l’importazione in Africa di queste colture potrebbe salvare il continente dalla fame, grazie allo sviluppo di un agricoltura moderna e alla realizzazione delle infrastrutture per l’irrigazione.
Nella foto: carri trasportano le canne da zucchero verso gli impianti che le trasformeranno in biocarburante.

 La produzione di corrente elettrica in centrali a gas naturale è una delle forme di produzione energetica più pulite e con le emissioni di CO2 più contenute. A patto di non vivere nei pressi di Pavillion Wyoming, dove le perforazioni incontrollate alla ricerca di gas hanno causato la contaminazione delle falde di acqua potabile con fenoli, metalli e naftalene. La situazione è talmente grave che gli abitanti della piccola cittadina sono stati invitati dalle autorità a ventilare con cura i bagni durante la doccia per evitare il rischio di esplosioni e intossicazioni.
La EnCana, la compagnia petrolifera responsabile delle trivellazioni, non ha riconosciuto la propria responsabilità ma si è detta disponibile a risarcire per il disturbo gli abitanti di Pavillon rimborsando loro le spese sostenute per l’acquisto dell’acqua minerale.

 Immaginate di trovare un giacimento di carbone sotto la sommità di una collina o di una montagna: come si fa a sfruttarlo? Semplice: si rimuove tutto ciò che c’è sulla cima, piante, animali, terreno, e si scava il prezioso minerale. E una volta che la vena si è esaurita? Si riporta il materiale rimosso al suo posto e si tenta di ridare al sito il suo aspetto originale. Sembra tutto sotto controllo, ma in realtà è una pratica con conseguenze devastanti sull’ecosistema ampiamente utilizzata nella regione degli Appalachi, negli Stati Uniti orientali. Non solo compromette la biodiversità minacciando la flora e la fauna, ma mette a serio rischio la salute delle popolazioni locali che si trovano a dover fare i conti con nuvole di polveri inquinanti derivanti dalle attività estrattive. E come se non bastasse la movimentazione di milioni di metri cubi di materiale inquina le falde di acqua potabile.

 Acque limpide, valli quasi completamente inesplorate (fino al 1898 la sua esistenza era nota solo ai locali) e un ecosistema tra i più affascinanti al mondo: se non avete in procinto un imminente viaggio in Patagonia conservate questa fotografia del fiume Pascua. 
Entro il 2020 potrebbe avere un aspetto completamente diverso visto che i 62 km del suo corso sono minacciati dalla costruzione delle dighe di un immenso progetto idroelettrico sviluppato da Endesa, di proprietà dell’ENEL, e dalla cilena Colbùn.  Il progetto da oltre 2750 MW dovrebbe generare circa il 20% dell’energia elettrica prodotta in Cile e prevede l’allagamento di quasi 6000 ettari di territorio e la posa di 2500 km di cavi elettrici lungo il corso del fiume.

 Il disastro della Deepwater Horizon non ha fermato le compagnie petrolifere dall'inseguire altre rischiose trivellazioni d’altura. Una delle più recenti si trova in Groenlandia, in pieno mare artico, dove la scozzese Cairn Energy ha trovato un ricco giacimento petrolifero a 4200 metri di profondità. Le condizioni ambientali proibitive di questa zona, ricoperta da uno spesso strato di ghiaccio per almeno 8 mesi l’anno, rendono questo tipo di attività particolarmente pericolosa. Cosa succederebbe in caso di fuoriuscite di greggio simili a quelle del Golfo del Messico? Come potrebbero arrivare i soccorsi? 
Più ottimista il Primo Ministro della Groenlandia, Kuupik Kleist, che vede nelle compagnie petrolifere una parziale soluzione ai problemi di disoccupazione che affliggono il suo paese.

Nella foto: due operai salvano un cucciolo di foca sporco di petrolio dalle acque dell'artico.

http://www.focus.it/ambiente/ecologia/biocarburante-verde-dalla-toilette#gli-impianti-di-produzione-energetica-piu-inquinanti-del-mondo04-10-10-2310#img3421




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