giovedì 20 novembre 2014

Eternit. Il caso Cavagnolo e “la Bestia”

eternit-Gea Ceccarelli- La notizia, inaspettata, arriva come un fulmine a ciel sereno. Un pungo.
Non c'è voglia di scherzare, per le strade. Nessuna voglia di chiacchierare. Quei pochi che si fermano a parlare, finiscono con il commentare quella sentenza diCassazione che giudicano assurda. Lo fanno a voce bassa, ma disgustata. Gli anziani al bar se ne stanno in religioso silenzio, a leggere il giornale, con gli occhi gonfi di lacrime di rabbia; in piazza non c'è nessuno.
Le bandiere normalmente appese agli infissi, quei tricolori con su scritto, in nero,"Eternit: giustizia!" sono diminuiti. Qualcuno li ha tolti, arreso. Altri hanno deciso di sostituirli con manifesti, identici in tutto se non per una correzione: "Eternit: ingiustizia!"
Qua, la chiamano la "Bestia". E' arrivata silenziosa e s'è portata via 97 persone, certificate. Tante altre non sono state dichiarate. Su una popolazione di circa 2000, significa il 4,9%. A Casale Monferrato, sono state 1395, su una popolazione di circa 30mila individui, il 4,6%. A Bagnoli, 384; a Rubiera, 45. In proporzione, Cavagnolo è il paese che ha subito più morti per mesotelioma pleurico: la Bestia, appunto.
Si tratta di un tumore Tumore pleurico – tumore della pleurparticolarmente aggressivo, la cui terapia risulta inefficace nella stragrande maggioranza dei pazienti affetti. La causa principale è l'esposizione all'asbesto, all'amianto. Non importa per quanto tempo: basta respirarlo una sola volta. Ha un periodo di incubazione di 30 anni: il picco di vittime deve ancora registrarsi.
"Noi non lo sapevamo". E' questa la frase che, maggiormente, viene ripetuta, da chi, a Cavagnolo, ha vissuto per decenni. Quelli che videro aprire la S.A.C.A. nel 1946: la guerra era finita da poco, non c'era da mangiare, da sopravvivere. Quella fabbrica lì sembrava davvero la speranza. I lavoratori giunsero da tutti i paesi limitrofi, si fecero assumere; non importavano le condizioni, all'interno: venivano pagati bene e tanto bastava. E così accettavano tutto: impastavano cemento e amianto a mani nude ("ci cascava la pelle", raccontano), utilizzavano gli scarti melmosi per ricoprire i cortili e le strade, al posto dell'asfalto. Respiravano la polvere che si alzava, nel lavoro, la spazzavano via con scope di saggina, ne alzavano altra. Tutti, quando ricordano quel tempo, parlano della "nube di polvere", che si infilava ovunque, anche se si tenevano le finestre chiuse, anche se si cercava di evitarla. Quasi tutte le famiglie avevano un parente impiegato in fabbrica: le tute da lavoro grigie, da sbattere, sono un'altra delle immagini comuni con cui Cavagnolo ricorda la tragedia. Quella polvere ricopriva tutto: i bambini ci giocavano, in strada, come se fosse sabbia.
Pochi anni dopo l'apertura, la S.A.C.A divenne parte della multinazionaleEternit.spa. I lavoratori furono soddisfatti: significava un lavoro sicuro, "eterno", appunto. Per loro, quella parola lì, il nome di quella società che divenne così conosciuta da sostituire il nome stesso dell'amianto, significava soltanto un bene: un posto fisso, uno stipendio assicurato per sempre. Negli anni '70, le prime ricerche dimostrano la nocività dell'amianto; ciononostante, in Italia, a Cavagnolo, la fabbrica continuò a operare. I lavoratori ne vennero tenuti all'oscuro, ci si adoperò giusto ad aggiungere qualche tutela: mascherine, che nessuno usava, guanti e cappe di aspirazione che producevano ancora più polvere di quanta ne eliminavano.
Nell'82, la S.A.C.A. chiuse, per sempre. I lavoratori si opposero: ancora non sapevano che quello era il loro inferno. A neanche quaranta chilometri, a Casale Monferrato, un'altra fabbrica Eternit restava aperta, fino all'86. Così, numerosi operai, semplicemente, si spostarono lì. A Cavagnolo restavano le strutture dello stabilimento, ormai in decadimento. I ragazzini andavano a giocare lì, nella fabbrica abbandonata. I genitori non volevano, ovviamente, ma respirare le polveri non rappresentava certo un problema, per i bambini. 
Quando si iniziò a parlare seriamente dei rischi dell'amianto, finalmente tante diagnosi di tumore polmonare a Cavagnolo ebbero una spiegazione. Era comunque troppo tardi: difficile guarire, impossibile riportare in vita i propri cari. Un'ecatombe. Possibile, invece, richiedere giustizia, a gran voce. A Casale venne fondata l'Afeva, l'associazione famigliari e vittime dell'amianto, che, nel 2004, presentò un maxi esposto in Procura, a Torino.  Le richieste erano chiare: giungere a un maxi processo per disastro doloso nei confronti di due persone ben definite:Stephan Schmidheiny e Jean-Luis de Cartier de Marchienne. L'uno svizzero, l'altro belga, erano gli ultimi responsabili della gestione della società Eternit.
Il procuratore Raffaele Guariniello intravide la possibilità di istituire il procedimento e, il 6 aprile del 2009, una folla di persone, la maggior parte delle quali provenienti proprio da Cavagnolo e Casale Monferrato, si presentò presso il Palazzo di Giustizia di Torino per costituirsi parte civile. Oltre 2.800. Le parti lese quasi 2.900. Una sfilata infinita, quasi tutti con appeso al collo lo slogan: "Eternit: giustizia!"
A giugno, il Gup decise di procedere e incriminò De Cartier de Marchienne e Schmidheiny. 
Tra l'udienza preliminare e la prima dibattimentale, i cittadini di Cavagnolo decisero di costituirsi parte civile, assieme all'amministrazione comunale. Anche i singoli che non avevano contratto malattie o avuto parenti vittime, avevano infatti ricevuto la possibilità di costituirsi, ritenendo di aver subito un danno per il semplice fatto di vivere o aver vissuto in un paese inquinato.
Nel 2011, però accade qualcosa di imprevisto: è il 30 maggio, Cavagnolo è in subbuglio per l'arresto del sindaco Franco Sampò nell'ambito dello scandalo sulla sanità piemontese. Vicenda giudiziaria conclusasi poi con la scarcerazione e l'assoluzione dello stesso primo cittadino. Ma, intanto, quella sera si deve discutere del futuro del paese. Vengono accettate le dimissioni di Sampò e il consiglio potrebbe dirsi concluso. Se non che prende parola il vicesindaco, Massimo Fiorindo, di fronte al pubblico: "La giunta ha deliberato, in merito al processo Eternit, di accettare l'accordo di transizione proposto dal sig. Schmidheiny che porterà due milioni di euro nelle casse di Cavagnolo". Due milioni per sfilarsi dal processo. Due milioni che però, attenzione, non sono di risarcimento: sono una somma, come ricorda il giornalista Beppe Valesio nel libro "La Nuvola di Polvere", destinata a "investimenti sul sociale da effettuarsi nel paese di Cavagnolo". In pratica, il magnate svizzero ne esce come un filantropo. E il fronte comune si spacca: i cittadini si infuriano, le associazioni anche. Dovranno continuare da soli e finiscono con il ricevere l'appellativo di "figli di un Dio minore", che ancora non si schiodano, abbandonati dalle proprie istituzioni, le quali avrebbero dovuto accompagnarli nella battaglia per la giustizia. La stessa offerta, quella che qualcuno non esita a definire "del Diavolo", viene presentata al Comune di Casale, 18 milioni per uscire dal processo. Casale rifiuta.
Il 13 febbraio 2012, il Tribunale di Torino condanna di primo grado De Cartier e Schmidheiny a 16 anni di reclusione per "disastro ambientale doloso permanente" e per "omissione volontaria di cautele antinfortunistiche", obbligandoli a risarcire circa 3.000 parti civili. Una vittoria, per le vittime e i familiari. Anche per quelli di Cavagnolo. La giustizia sembra davvero più vicina, tanto più che un anno dopo, il 3 giugno del 2013, la Corte d'Appello riforma parzialmente la pena, aumentandola a 18 anni disponendo, inoltre, un risarcimento alla Regione Piemonte di 20 milioni di euro e 30,9 milioni per il comune di Casale Monferrato.
Ogni speranza, però, è stata frantumata ieri, con l'incredibile sentenza in Cassazione: il reato di disastro ambientale a carico di Schmidheiny (De Cartier è, frattanto, deceduto) viene prescrittoLe condanne e i risarcimenti vengono annullati. D'improvviso. Come un pungo. In molti piangono. Tanti si infuriano, al grido di "Vergogna". A Casale viene proclamato il lutto cittadino.
"Dovevamo immaginare che sarebbe finita così, con questa sentenza tremendamente ingiusta", è il commento di Mario Corsato, divenuto sindaco di Cavagnolo dopo Sampò. "La percezione del colpo di mano era già arrivata nel momento della richiesta del Pg, e poi c'era da considerare che Schimidheiny aveva dalla sua parte avvocati illustri, giuristi eccelsi…"
L'amarezza è tanta. Infinita. "E' tutto tremendamente ingiusto", ripete. "Lo è nei confronti di chi ha creduto nella giustizia, di chi è arrivato al fondo di questo processo senza mai accettare, da cittadino, le offerte dell'imputato. Per chi sperava nella legge, che evidentemente non è uguale per tutti."
E se Matteo Renzi, oggi, invoca un cambiamento delle leggi sulla prescrizione, Corsato non ha dubbi: "Sono convinto che sia il momento politico, ad aver indotto a questa sentenza", ha infatti proseguito. "Questa necessità di spianare la strada a imprenditori affinché investano in Italia: ma cosa credono, che con sentenze simili ci saranno frotte di investitori? Le cose resteranno uguali e chi ha i soldi continuerà a investire dove gli fa comodo, in nome dei soldi e del progresso; chi se ne frega se a morire saranno migliaia di cittadini". 
"Ancora una volta abbiamo avuto la dimostrazione che a vincere le battaglie è il potere forte, è chi ha i soldi. E non è giusto", ribadisce. "Non è giusto che chi ha commesso il reato ora si dica innocente. Schimidheiny è colpevole, prescritto, ma colpevole. E stupisce come la prescrizione giunga proprio in questo momento, mentre il disastro continua", conclude. "Come può essere prescritto qualcosa che continua tutt'ora e proseguirà, peggiorando?".
L'unica speranza, ora, è il cosiddetto "Eternit bis". Guariniello lo ha già annunciato: si indagherà per omicidio volontario per la morte per mesotelioma di 263 persone. L'indagato, ancora una volta, sarà il "filantropo" magnate svizzero Schmidheiny.

http://www.articolotre.com/2014/11/eternit-il-caso-cavagnolo-e-la-bestia/

Nessun commento:

Posta un commento