domenica 23 novembre 2014

Anche nella centrale Enel di Turbigo si moriva per colpa dell’amianto

A processo i vertici Enel per otto morti accertate per colpa dell'amianto, una quarantina le persone che si sono ammalate; secondo il pm i vertici sapevano del pericolo che correvano gli operai e scelsero di non fare nulla.
Anche nella centrale Enel di Turbigo si moriva per colpa dell'amianto-M.F.- Ci sono tanti casi "Amianto" in Italia, che spesso dimentichiamo, ma che sono una lotta quotidiana per chi, ogni giorno, li vive sulla propria pelle. 
Nella giornata di ieri, il co-portavoce nazionale dei Verdi Angelo Bonelli ha detto che non esistono solo i casi di Casale Monferrato o dell'Ilva a Taranto, ma che in Italia, ogni anno, muoiono 1.200 persone per colpa dell'inquinamento e si registra una mortalità più alta rispetto alla media nazionale, vicino a centrali, miniere e poli chimici, da nord a sud, senza distinzioni.
Uno di questi poli è la centrale termoelettrica Enel di Turbigo nel milanese; la centrale, sulle rive del naviglio, fa quasi paura, con le sue ciminiere altissime e il suo intreccio di tubi. Nel '92, con la messa al bando dell'amianto, ci fu l'inizio della bonifica, che a Turbigo è ancora da completare, visto che ci sono, ancora, km e km ditubi ancora ricoperti d'amianto.
Il pericolo amianto era invisibile perché rivestiva tubazioni, macchinari, le apparecchiature che andavano in temperatura. I testimoni ricordano che l'amianto veniva spaccato a martellate e la povere si soffiava via dalle tute degli operai con l'aria compressa. "C'era polvere ovunque", quella maledetta polvere che abbiamo trovato all'Eternit di Casale Monferrato come all'Olivetti di Ivrea, solo per citare alcuni casi.
Attualmente sei dirigenti dell'Enel sono finiti sotto processo per fatti risalenti al periodo fra il 1973 e il 1995. L'accusa per tutti gli imputati è di omicidio colposo plurimo: al centro dell'inchiesta, c'è la morte di otto operai e tecnici che, negli anni in questione, lavorarono nello stabilimento, venendo a contatto con la maledetta fibra d'amianto.
Gli otto lavoratori sono deceduti fra il 2004 e il 2012 per mesotelioma pleurico, la forma tumorale più diffusa tra coloro che hanno respirato la fibra d'amianto.
Sono otto i morti, ma una quarantina gli ammalati e non sono solo operai, ma anche loro familiari: le mogli che lavavano le tute da lavoro, i figli che abbracciavano i genitori e almeno un caso è certo: la figlia di un manutentore morta a trent'anni di mesotelioma.
Sabato 22 novembre, è giunto alla fase della requisitoria il primo di tanti processi incardinati negli ultimi anni in Tribunale a Milano, con al centro morti per amianto e con alla sbarra ex manager di importanti aziende, dalla Pirelli alla Fiat-Alfa Romeo, dalla Franco Tosi alla Breda Termomeccanica.
Il pm milanese, Maurizio Ascione, ha chiesto dai due agli otto anni di reclusione per gli imputati delle morti della centrale di Turbigo.
In particolare il pm ha chiesto 7 anni di carcere per Corbellini, presidente di Enel dal ’79 all’87, 8 anni e mezzo per Aldo Velcich, direttore di compartimento tra il ’73 e l”80, 5 anni e mezzo per Alberto Negroni, prima direttore di compartimento e poi tra l’84 e il ’92 dg di Enel. E poi ancora sono stati chiesti 4 anni per Paolo Beduschi, capo della centrale di Turbigo tra l’84 e il ’90, 3 anni per Paolo Chizzolini, ex direttore di compartimento, e 2 anni per Valeriano Mozzon, che fu capo centrale dal ’90 al ’92.
Nella requisitoria, Ascione ha riferito di "violazioni sistemiche e ricorrenti delle norme di sicurezza connesse all'uso dell'amianto". E ha denunciato come "per sessant'anni – dalla costruzione dell'impianto negli anni Trenta fino agli anni Novanta – i vertici dell'Enel non abbiano adottato nessuna misura di sicurezza per proteggere gli operai dall'esposizione delle polveri di amianto". 
A detta di Ascione, "Enel avrebbe dovuto adottare misure di cautela nell'utilizzo di quel materiale, visto che già a metà del secolo scorso era nota la pericolosità dell'amianto, così come si conosceva lo stretto rapporto fra l'inalazione delle sue polveri e il mesotelioma".
Tuttavia, l'Enel e la centrale "non misero a disposizione degli operai né guanti, né mascherine facciali per ridurre il rischio di esposizione".
Il pm ha sottolineato come tra il 1930 e il 1979 alla centrale di Turbigo ci fu"un’elevata esposizione all’amianto e solo a partire dagli anni Ottanta incominciarono ad essere introdotte alcune misure, ma in modo goffo". E così "la massima azienda di produzione di energia con vertici nominati dal Governo, e quindi rappresentanti dello Stato, non ha mai utilizzato in quegli anni tecnologie per proteggere la salute degli operai, malgrado il legislatore gliele avesse messe a disposizione anche prima del ’92, quando poi l’amianto venne messo al bando".
Una delle molte testimonianze ricorda come fino, almeno, al 1989, la parola "amianto" era bandita; i tecnici che iniziarono a rimuovere l'amianto parlavano di "fibra" e "mattoni", ma mai di "amianto".
"Evidentemente non si volevano spaventare i lavoratori, che intanto si avvelenavano".
Emidio Pampaluna, un tempo sindacalista nella centrale ricorda a La Repubblica:"Quando sostenevamo questo pericolo venivamo ridicolizzati non si riusciva a credere che un ente pubblico sottovalutasse il pericolo dell´amianto, lasciando che i lavoratori corressero questo pericolo".
"Bastava guardare per aria e vedere tutta quella polvere che volava. E tossivamo come matti…"
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http://www.articolotre.com/2014/11/anche-nella-centrale-enel-di-turbigo-si-moriva-per-colpa-dellamianto/

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