venerdì 31 ottobre 2014

SINISTRATI IN CERCA D’AUTORE (E D’AUTISTA) - RENZI SOTTO SOTTO TIFA PER LA SCISSIONE MA FASSINA & CO NON POSSONO STACCARSI DAL PD PERCHÉ NON HANNO UN LEADER: LANDINI CONTA COME IL 2 DI PICCHE, CIVATI È UN VENDOLA ETERO - E CURZIO MALTESE? NO, PER LUI SAREBBE IL TERZO STIPENDIO!

Le due sinistre non si parlano. Non si capiscono. Non si comprendono. Oggi si chiama scissione culturale. Domani potrebbe essere davvero qualcosa di più. E chissà che sotto sotto anche Renzi ormai non si sia convinto che una rottura, potrebbe persino fare bene alla corazza del nuovo Pd…

Lo aveva anticipato: non sarebbe potuto andare alla Leopolda perché aveva promesso di portare i figli allo zoo. E allora eccolo qui, Fassina, in diretta dal Bioparco di Roma per commentare le dure parole di Renzi contro i “reduci”. Sullo sfondo una giraffa che passa nell’inquadratura.?(Huffington Post, 26 ottobre 2014)


Ammettilo: la Leopolda è un partito parallelo. Dite la verità: da quella piazza volete far nascere un nuovo partito. Andate a quel paese, siete dei reduci. Sei un uomo di destra, tornatene da Marchionne. Tacete: avete fatto arrivare il Pd al 25 per cento. Prendi in giro i sindacati, vergogna. Vergognatevi voi: avete preso in giro i lavoratori. Ma guardati allo specchio: sei il mandante degli scontri di piazza con i lavoratori. E voi fatevi un esame di coscienza: siete i responsabili dello sfascio del paese. Non ci fidiamo di te, questa storia non può continuare. Non avete diritto di contestarci: i vostri congressi sono fatti con tessere false. E così via.

Le vivaci reazioni registrate a seguito del movimentato weekend durante il quale la guerra dei mondi tra le due sinistre ha mostrato con chiarezza tutte le sue sfaccettature (compreso il fatto che né alla Leopolda né a piazza San Giovanni erano presenti bandiere del Pd, e il dettaglio non è secondario) ha avuto l’effetto di certificare che se non esiste, ed è molto improbabile che esisterà, un rischio immediato di scissione tra i due universi politici –

tra la piazza della Cgil e la piazza della Leopolda, tra il Pd di Firenze e il Pd di Roma, tra la sinistra nata di lotta e la sinistra nata di governo, tra la sinistra che considera la flessibilità una naturale evoluzione del mercato del lavoro e la sinistra che considera la flessibilità un’inaccettabile deriva del mercato del lavoro, tra la sinistra che considera l’imprenditore un padrone da cui difendersi e la sinistra che considera l’imprenditore una persona a cui dare i giusti strumenti per investire –

esiste invece, in modo chiaro, evidente, non equivocabile, una grande, reale scissione culturale, all’interno della quale, mentre è chiara la direzione che intende prendere la sinistra renziana, non è chiara la direzione che intende prendere la sinistra non renziana: i ragazzi dello zoo di Fassina.

L’idea della scissione, intesa come duro e definitivo strappo dell’ala più intransigente del Partito democratico, strappo che in un certo senso Renzi sembra considerare non inevitabile ma quasi naturale (“Nascerà qualcosa a sinistra”, ha detto alla Leopolda) è un’idea destinata a non avere molta fortuna anche per quello che sembra essere un paradosso storico niente male:

quel pezzo di sinistra che contesta da sempre il modo in cui un altro pezzo di sinistra ha costruito un rapporto perverso con la figura del leader, pur avendo un progetto chiaramente e nettamente alternativo a quello di Renzi, oggi non riesce e non può separarsi dal Pd anche perché – oplà – non ha un leader intorno al quale poter costruire il suo progetto politico.

Maurizio Landini, al netto della simpatia personale, conta quanto il due di picche – e se non riesci a contare nulla nella Cgil (il documento congressuale della Fiom vale un centesimo di quello della Camusso) non si capisce come potresti contare qualcosa in un partito che si ispira alla Cgil.

Pippo Civati, al netto degli ottimi e curati vestiti di alta sartoria, può essere un Nichi Vendola con una dizione e un vocabolario migliore ma anche lui non ha il physique du rôle per poter dar vita, fuori dal Pd, a qualcosa che sia diverso da quello che già esiste oggi in natura – e se vuoi uscire dal Pd per fare qualcosa diverso da Sel e hai a malapena la forza per replicare il modello di Sel si capisce che, oggettivamente, il tuo destino è segnato.

Curzio Maltese, a voler essere onesti, potrebbe essere un ottimo leader del movimento ma ambire a un terzo stipendio (Parlamento, Repubblica) rischia di non essere un messaggio facilmente comprensibile dal popolo sovrano, e dunque probabile che Maltese si accontenterà di rivoluzionare il mondo da Bruxelles con il compagno Alexis e la compagna Barbara.

All’origine del grave disorientamento provocato dalle anime in pena della ultra sindacalizzata sinistra italiana esiste poi un problema ulteriore che è quello del suo essere, anche rispetto al panorama politico europeo, profondamente e visceralmente anti storica. E forse la ragione dello smarrimento della nuova sinistra che prova a dimostrare di essere migliore della sinistra renziana senza riuscire a dare l’impressione di essere diversa dalla vecchia ed eternamente minoritaria e irrilevante sinistra italiana gira proprio attorno a questo concetto: può esistere davvero, oggi, una sinistra che sceglie di giocare in un perimetro politico diverso da quello tracciato da Renzi?

Per seguire il filo del discorso, e non perderci in inutili dettagli, potremmo anche chiudere un occhio sulla favola – amorevolmente raccontata dalla sinistra scesa in piazza a San Giovanni – che l’Italia è un paese finito a rotoli per il suo essere stato dominato per anni, anni e ancora anni da una dittatura turbo liberista

(e sarebbe curioso un giorno capire dai ragazzi dello zoo di Fassina come fa un paese dominato per anni da una dittatura turbo liberista ad avere una spesa pubblica cresciuta del 50 per cento tra il 2001 e il 2012, da 536 miliardi a 805 miliardi; come fa un paese dominato da una tosta e spietata dittatura turbo liberista ad avere un’imposta del reddito che arriva fino al 43 per cento e una pressione fiscale complessiva sulle aziende che arriva fino al 65 per cento; e come fa un paese governato da un pensiero unico liberista a ritrovarsi con un ministero dell’Economia che controlla oltre 400 società che, da sole, producono l’11,2 per cento del pil italiano?).

Potremmo anche chiudere un occhio sulla contraddizione e l’assurdità di un partito che vota in direzione il testo di una legge sulla riforma del lavoro (86 per cento dei consensi) e che poi vede protestare in piazza contro la riforma del lavoro gli stessi vecchi teorici del centralismo democratico (per non parlare poi del fatto che il capo popolo di quella piazza, Susanna Camusso, è la stessa che sostiene che Renzi sia stato messo al potere dai poteri forti).

Potremmo persino far finta che la manifestazione di dissenso espressa nei confronti del leader del proprio partito sulla riforma del lavoro sia genuina e non sia invece un pretesto per certificare la propria esistenza e per declinare la propria resistenza (riforma sulla quale, per la cronaca, la minoranza del Pd contesta al governo di non aver inserito all’interno della legge delega approvata dal Senato il testo votato a maggioranza assoluta dalla direzione del Pd – testo che il governo ha promesso che inserirà nei decreti attuativi della stessa legge e che in realtà è anticipato dall’articolo numero sette del Jobs Act).

Potremmo anche far finta che tutto questo sia vero ma non possiamo non notare che in Italia stia succedendo qualcosa di politicamente più complesso di uno scontro sull’articolo 18 sì e articolo 18 no – e di cui forse gli ultimi eroici anti renziani di professione non si rendono conto fino in fondo. E qui, provando a tenere il filo del ragionamento, il discorso va orientato seguendo due filoni di pensiero, che fanno capire bene cosa c’è in ballo oggi al centro dello scontro tra le due sinistre. Il primo discorso riguarda il nuovo recinto del centrosinistra italiano; il secondo riguarda il nuovo recinto del centrosinistra europeo.

In Europa, senza volerci girare troppo attorno, oggi è un dato di fatto: la sinistra, o almeno ciò che resta della sinistra, ha cambiato il suo verso, lo ha fatto indipendentemente dall’arrivo di Renzi, e nell’ultimo anno di vita ha capito che l’unico modo per sopravvivere alla modernità, e l’unico modo per sostenere le sfide imposte dai nuovi scenari politici globali (scusate la parola), è quello di indirizzare la propria attenzione verso il centro elettorale del paese, correndo il rischio di ritrovarsi anche con un qualche nemico a sinistra (cosa che invece la piazza della Cgil non riesce ad accettare).

E’ andata così in Spagna, con le primarie che hanno premiato, nel Partito socialista, il meno “landiniano” dei pretendenti alla guida del Psoe (Pedro Sánchez). E’ andata così in Francia, con il vecchio e logorato Hollande che, arrivato ai minimi storici, per far sopravvivere la sua sinistra non ha potuto far altro che affidare a un centrista di sinistra (Manuel Valls) la guida del Consiglio dei ministri

(e non è un caso che l’ultimo governo Valls abbia perso per strada l’ex ministro dell’Economia, Arnaud Montebourg, campione della vecchia sinistra francese e oggi volto chiave della resistenza della sinistra francese alla deriva blairiana della gauche).

Da un certo punto di vista potrebbe andare così anche in Inghilterra: dove Ed Miliband, che nell’ultimo anno, a forza di riavvicinarsi al sindacato, si è fatto recuperare 15 punti percentuali nei sondaggi da David Cameron, sarà costretto a rivedere la sua strategia politica per evitare, il prossimo anno, di perdere delle elezioni che forse neppure la coppia Bersani-Vendola sarebbe in grado di perdere (con i Tory di Cameron, tra l’altro, indeboliti dall’avanzata dell’Ukip di Farage).


L’Europa, dunque, va in una direzione simile a quella imboccata da Renzi e non lo fa per una questione di conformismo, e non perché improvvisamente siano diventate di moda le camicie bianche, ma perché oggi la sinistra moderna deve essere, inevitabilmente, un grande frullato in cui devono coesistere riformismo e tecnocrazia, vincoli e populismo, mercati e lavoro, regole e consenso.

E anche all’interno di questa cornice la battaglia contro la flessibilità non può più essere considerata come una battaglia finalizzata a eliminare i posti di lavoro precari ma deve essere inevitabilmente considerata una battaglia indirizzata a dare più tutele al nuovo tessuto sociale che non può non vivere anche di flessibilità (e poi, certo, la flessibilità è una parolina magica che piace molto all’Europa, all’Ocse, alla Bce, al Fmi, ed è una parola che i paesi storicamente in difficoltà provano ad utilizzare in modo sapiente per dare ai propri governi un velo di credibilità tale da poter contrattare qualcosa di prezioso con le varie tecnocrazie, ma questa è tutta un’altra storia).

L’essere drammaticamente fuori dal tempo di una sinistra che si riconosce più nella piazza che protesta contro il proprio governo che nelle parole del proprio governo – strabismo che ricorda le notti magiche in cui i ministri del governo Prodi andavano in piazza per protestare contro il governo Prodi – è però frutto di una trasformazione culturale del nostro paese che non è stata afferrata in modo corretto forse neppure dai molti dirigenti del partito che si affollano oggi sul carro renziano.

La nuova sinistra, per essere più chiari, si trova in una situazione difficile perché le sue coordinate sono state riscritte e le stampelle sulle quali si è poggiata per molti anni non ci sono più. Non c’è più l’idea che il modo migliore per affermare la propria superiorità morale sia quella di delegare ai magistrati il diritto di occuparsi non solo dei reati ma anche della morale. Non c’è più l’idea che il modo migliore per rappresentare il mondo dell’imprenditoria sia quella di muoversi stando bene attenti solo a non sfidare Confindustria.

Non c’è più l’idea che il modo migliore per conquistare il consenso del mondo dei lavoratori sia quello di delegare alla Cgil il compito di conquistare e rappresentare il mondo del lavoro (vizietto che la sinistra ha avuto per molti anni, come dimostrano le persone scelte dal Pd pre-renziano per rappresentare il partito nelle commissioni parlamentari: sindacalisti nella commissione Lavoro, magistrati nella commissione Giustizia, eccetera eccetera).

La sinistra che si muove oggi con passo disorientato e che – come spesso le capita – trasforma in uomo nero il suo avversario (“uomo di destra”, “guidato dalla massoneria”, “amico dei poteri forti”, “servo dei tecnocrati”, “compare di Draghi”, “succube della Merkel”, e dunque, al fondo, nemico del popolo) è una sinistra che forse ha anche buone ragioni per criticare Renzi (la manovra in deficit, con la quale Renzi avrebbe dovuto sfidare l’Europa, è una manovra in deficit di deficit: alla fine, possiamo dircelo, sono rimasti du spicci) ma è prima di tutto una sinistra che ancora una volta riesce a ricompattarsi e a dare un senso alla sua storia solo quando ha di fronte a sé un nemico fisico contro cui combattere.

Una sinistra che, in un certo modo, osserva ancora il Pd come se fosse il vecchio Ulivo, la vecchia federazione delle sinistre, una sorta di compromesso storico in servizio permanente effettivo (quando invece, è successo con Veltroni e succederà anche con Renzi, un partito che vuole essere maggioritario non può che scegliere di presidiare lo spazio centrale dell’elettorato, e non solo quello periferico).


A tutto questo ragionamento, naturalmente, va poi affiancato il cuore del problema che è tutto legato alla definizione della parola “precario”. Le due sinistre, oggi, le sinistre della guerra dei mondi, la sinistra di lotta e di governo, sono infatti separate tra loro, in modo sempre più evidente, da una linea che divide in due il campo da gioco.

Da una parte c’è una sinistra che considera il precariato e la flessibilità una malattia da combattere a tutti i costi, che ha reso inumano e disonesto il mondo del lavoro. Dall’altra parte c’è invece una sinistra che considera la flessibilità una naturale evoluzione del tessuto sociale: un fenomeno di cui bisogna prendere atto, che non si può combattere con la strategia del rifiuto (non accetto che il mondo sia diventato così, provo a cambiarlo) ma che si può provare a regolare con la strategia dell’includo (prendo atto che il mondo è diventato così, provo a migliorarlo).

Intorno a queste due sottili ma profonde divisioni del mondo, e intorno alla definizione, in buona sostanza, di che cosa sia oggi un “precario”, di quali diritti debba disporre, si gioca la partita del futuro del centrosinistra, del Pd e di tutto quello che gravita attorno al partito di Renzi. Una partita però viziata, all’interno dello zoo di Fassina, da un peccato originale che rende quantomeno fragile e poco consistente la forza propulsiva dei nemici giurati del renzismo (e che dà ragione a chi dice che il problema della piazza del sindacato non è il popolo dei lavoratori andato a manifestare ma è il popolo dei dirigenti sindacali salito sul palco).

In fondo è il messaggio lanciato alla Cgil dalla Leopolda: come può una sinistra ultra sindacalizzata che per anni ha delegato le politiche sul lavoro al mondo dei sindacati – e che per anni non è stata votata da quegli stessi precari che avrebbe dovuto rappresentare – come può questa sinistra essere credibile come partito che issa la bandiera della difesa dei lavoratori? Il problema lo si pone non solo perché oggi, forse inconsapevolmente, la piazza della Cgil che contesta il governo Renzi è una piazza che ancora una volta difende indirettamente gli squilibri della situazione esistente.

Ma lo si pone nella misura in cui è lo stesso sindacato ad aver ammesso più volte, sempre sotto voce, di aver fatto male i calcoli, di aver considerato per troppo tempo il mondo dei precari un universo numericamente ridotto, di non aver mai capito che quel mondo che cambiava stava cambiando non per un attimo ma in modo definitivo e di non aver mai capito che quel mondo che cambiava andava rappresentato in modo compiuto e non solo marginale (un dato su tutti che può aiutare a capire meglio di cosa stiamo parlando: da una decina di anni la Cgil ha aperto il suo mondo ai precari attraverso l’istituzione di un sottosindacato che si chiama Nidil, Nuove identità di lavoro, e nel 2012, data dell’ultima rilevazione, gli iscritti a questo sindacato, tenetevi forte, ammontavano a 53 mila, meno dell’uno per cento del totale).


Questi due universi non si parlano. Non si capiscono. Non si comprendono. Hanno due modi opposti di osservare il mondo. Ma si ritrovano entrambi a dover affrontare un contesto politico in cui alcune certezze ci sono. Un mondo in cui il mito dell’anti politica non esiste più (leggere per credere un bel saggio di Matthew Wood in Policy Network, “Why anti-politics is not a myth”).

Un mondo in cui oggi è chiaro che funziona più una ragionata e ben infiocchettata proposta politica che una confusa per quanto rumorosa protesta anti politica (#vinciamopoi). Un mondo in cui la nuova sinistra così come la vecchia sinistra ha una missione complicata: camminare senza le stampelle del passato, costruire una nuova identità depurata dalla parola anti e provare in qualche modo a correre e passeggiare da soli.
Renzi ci sta provando, e pur con mille difetti ha messo gli occhiali alla sinistra. Gli avversari di Renzi ancora no. E senza un buon ottico, l’unica strada per il futuro, per la nuova sinistra, non può che essere quella. Oggi si chiama scissione culturale. Domani potrebbe essere davvero qualcosa di più. E chissà che sotto sotto anche Renzi ormai non si sia convinto che una rottura, per chi sta fuori dal perimetro, è forse inevitabile – e non avere uno zoo dentro casa potrebbe persino fare bene alla corazza del nuovo Pd.


Alessandro in Lotta

Alessandro Verga

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